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Versione delle 21:09, 21 set 2026
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"Un gigante dello Yorkshire": {
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"_testo": "Il gigante di Penhill poteva vantarsi di essere niente di meno che è un discendente del grande dio Thor, il quale era a sua volta un gigante ed era conosciuto anche con il nome di Barbarossa lo Spaccamontagne. Così lo chiamavano, ma in realtà Thor era un gigante gioviale, che solo raramente si infuriava con qualcuno; il gigante di Penhill, invece, era un essere brutale, prepotente e malvagio, che con la sua mole e la sua fama riusciva a terrorizzare l’intera regione. Egli viveva in un’enorme castello, e l’unica cosa che gli dava soddisfazione era l’allevamento di un branco di enormi maiali. Alle sue dipendenze aveva molti guardiani di porci, che erano assistiti nel loro compito dall’unica creatura, fatta eccezione per i maiali, che entrasse nei favori del gigante. Era uno splendido cane da pastore, chiamato Testa di Lupo; un animale di grandi dimensioni, molto intelligente, ben addestrato a svolgere il suo compito è pronto nell’obbedire agli ordini del padrone. Tra i gigante e il suo terribile cane esisteva un forte legame, e i due insieme incutevano il terrore in tutti gli abitanti del Wensleydale. Un giorno il gigante stava passeggiando lungo la valle del fiume Yore, con Testa di Lupo al suo fianco, quando gli capitò d’imbattersi in un gregge di pecore. I gigante si infuriò al pensiero che qualcun altro oltre lui potesse possedere qualcosa, e in quel caso, siccome si sentiva annoiato, pensò di cogliere l’occasione per divertirsi a spese altrui. Così diede un breve comando a Testa di Lupo, e immediatamente il potente animale si scagliò sulle pecore terrorizzate. In men che non si dica il cane scannò una pecora e la lasciò morente a terra, mentre il padrone lo incitava a inseguire le altre per far fare anche a loro la stessa fine. Il gigante rimase soddisfatto da questa esibizione del proprio potere e dalla cieca obbedienza del cane, e non aveva alcun desiderio di interrompere il divertimento, ma si fermò quando vide venire nella sua direzione una ragazza, che piangendo e torcendosi le mani gli si avvicinò e si gettò ai suoi piedi per supplicarlo. «Signore!» ella implorò. «Risparmiate le altre! Sono il gregge di mio padre, e sono tutto ciò che egli possiede a questo mondo. Richiamate il vostro cane, ve ne supplico!» Il gigante fu sorpreso dalla sua audacia, ma qualunque genere di ostacolo alla sua volontà non faceva che renderlo ancora più ostinato e malvagio. La respinse con sdegno, allontanandola con un colpo dell’enorme stivale, poi chiamò il cane con un fischio e gli ordinò di riprendere il suo gioco crudele. Allora la ragazza iniziò a singhiozzare disperatamente, e ciò spinse il gigante a rivolgere nuovamente lo sguardo verso di lei. E questa volta notò che, sebbene non fosse altro che una pastorella, ella era estremamente graziosa; ed essendo quel brutto che era, i suoi pensieri passarono in un istante da un divertimento a un altro. Così la raccolse e iniziò a carezzarla, tenendo fra le dita come una delicata statuetta di porcellana il corpo soffice e dalle ossa minute. Ma la ragazza, terrorizzata, rifuggiva dalle sue carezze contorcendosi e divincolandosi, e alla fine riuscì a liberarsi dalla presa. Poi, dopo essere caduta per terra, si rialzò immediatamente e prese a correre più veloce che poteva. Il gigante, infuriato e pieno di desiderio, iniziò a inseguirla, ma la paura mise le ali ai piedi della pastorella, che riuscì a distanziarlo e si diresse per istinto verso il bosco, nel quale il cammino del gigante sarebbe stato ostacolato dalla sua mole ed ella avrebbe potuto cercare rifugio e salvezza correndo tra un albero e l’altro. Indovinando la sua intenzione e vedendo che non gli sarebbe stato possibile raggiungerla prima che riuscisse a rifugiarsi nel folto del bosco, il gigante richiamò ancora una volta Testa di Lupo con un fischio e gli ordinò di attaccare la ragazza. Il cane partì veloce come il dardo scagliato da una balestra, e la pastorella, in preda al terrore, sentì che l’orribile bestia le si avvicinava sempre più. Quando l’animale le balzò addosso la ragazza si volse, impedendogli così di colpirle la gola, ma l’urto la fece cadere. E mentre quello si scagliava nuovamente su di lei, la pastorella afferrò una grossa pietra che si trovava vicino alla sua mano e l’abbatté con tutte le sue forze sul muso dell’animale. Il cane si ritirò, scoprendo i denti e ringhiando, dolorante e sconcertato da quella violenta reazione che non aveva mai dovuto subire da parte di pecore o maiali, e malgrado i ripetuti comandi del padrone si rifiutò di attaccare una seconda volta. Nel frattempo, però, il gigante era riuscito a raggiungerli; accecato dall’ira per essere stato frustrato nei suoi crudeli intenti sia dalla ragazza che dal cane, egli sollevò alta sopra la testa alla sua enorme mazza e la abbatté sul capo della pastorella indifesa. Il suo cranio si frantumò come il guscio di un uovo ed ella morì sul colpo. Poi il gigante allontanò con un calcio il povero corpo senza vita e se ne andò, lasciandolo dove si trovava perché la famiglia potesse trovarlo. Per quanto la sua pessima reputazione fosse già ben nota in tutta la regione, niente causo tanto terrore raccapriccio fra la brava gente del Wensleydale quanto la barbara uccisione di Gunda, la figlia del pastore. «Mal gliene incoglierà» disse la gente, e dopo qualche tempo si provò che avevano ragione. Nel frattempo, comunque, il gigante era tornato alla sua vita normale. Ogni mattina mandava i guardiani dei porci a prendere il branco, e con l’aiuto del cane le bestie venivano fatte sfilare a coppie davanti ai suoi occhi. Per quanto fossero centinaia, egli le riconosceva una per una e questa ispezione giornaliera gli consentiva di vedere se ce ne fosse qualcuna ammalata o in cattive condizioni, e di controllare se tutte stavano ingrassando e crescendo come lui desiderava. Un giorno, mentre i giovani verri gli stavano sfilando davanti, egli ne vide uno che avanzava da solo, e per quanto lo si cercasse non vi fu modo di trovarne il compagno. Il gigante ordinò con un ruggito ai suoi uomini di passare in rassegna per la seconda volta i maiali e di ricontarli, ma questo permise solo di confermare la mancanza di un animale. «Questo cane sta diventando troppo vecchio per il suo lavoro» disse il gigante sferrando con cattiveria e un calcio a Testa di Lupo, a quale comandò di andare a ritrovare il maiale scomparso. Il cane rialzò le labbra e scoprì le zanne, ma sgattaiolò via per obbedire agli ordini del padrone, mentre i guardiani dei porci tremavano dalla paura. «Trovate quel verro», ringhiò il gigante «o per Thor giuro che vi scorticherò vivi e lascerò i vostri corpi ai lupi perché vi finiscano!» Gli uomini si apprestarono a iniziare la ricerca, ma proprio in quel momento udirono in lontananza l’ululato lamentoso di Testa di Lupo, e insieme al gigante si misero a correre verso il luogo dal quale proveniva quel suono. Grazie alle sue enormi gambe il gigante riuscì a precederli, e quando raggiunsero Testa di Lupo videro il cane accucciato vicino alla carcassa del verro, dal cui fianco sporgeva la coda di una freccia che aveva colpito il cuore dell’animale. La furia del gigante non conobbe limiti. I suoi ruggiti riempirono la vallata e si infransero sulle pendici delle colline. Egli non aveva idea di chi potesse aver scagliato quella freccia, ma fece voto al suo grande antenato che dopo averlo trovato gli avrebbe tagliato la mano per impedirgli di scoccacarne un’altra. Poi maledisse nuovamente Testa di Lupo e lo minacciò di morte per non aver protetto le sue proprietà come avrebbe dovuto. Alla fine, almeno per il momento, la sua furia si acquietò, e dopo essersi caricato sulle spalle la carcassa del maiale egli ordinò al cane di seguirlo e si diresse verso casa sua. Ma il cane, ricordando il calcio che aveva ricevuto, si rifiutò di seguirlo e si diresse invece verso il bosco dove la povera Gunda era stata uccisa, per cercarvi riparo. Il gigante chiamò il suo aiutante e gli ordinò di inviare dei messaggeri in ogni luogo della valle, per comandare a ogni uomo in grado di tirare con l’arco di presentarsi entro una settimana a un punto convenuto, nelle vicinanze di Penhill, promettendo morte e distruzione a chi si fosse assentato, perché la valle sarebbe stata frugata in lungo in largo fino a che non fosse stato scovato il colpevole della morte del verro. La notizia passò di bocca in bocca e gli abitanti del villaggio vennero presi da una paura crescente. Nessuno di loro sapeva chi avesse ucciso il verro, ma ogni uomo temeva per la propria vita e per ciò che il proprio vicino avrebbe potuto dire. Mentre i giorni lentamente passavano, l’orribile tiranno stentava a tenere a freno la propria impazienza, anche perché cominciava a crescere la collera causata dalla continua assenza di Testa di Lupo. Un giorno, mentre camminava sugli spalti del castello, egli notò qualcosa che si muoveva nel bosco e scrutando tra gli alberi vide una sagoma che riconobbe per quella del proprio cane, l’unica creatura al mondo per la quale avesse provato qualche sentimento o dalla quale avessi avuto in cambio un qualche segno di affetto. Il gigante emise un fischio; Testa di Lupo alzò il capo e rizzò le orecchie, ma non ubbidì al richiamo. Il gigante fischiò più e più volte, ma il cane rimase immobile, esitante e riluttante a ubbidire. Allora il gigante perse la pazienza e si fece trascinare un’altra volta dalla collera più cieca. Afferrò il suo enorme arco e incoccò una freccia, che scagliò con mano sicura a trafiggere il cuore di Testa di Lupo. Senza emettere un suono il cane cadde morto, proprio come era accaduto a Gunda e quasi nello stesso luogo. Alla fine il giorno del raduno arrivò e gli intimoriti paesani si raccolsero nel punto indicato. Quando furono tutti riuniti, il gigante comparve davanti a loro stringendo in una mano la freccia estratta dalla carcassa del verro, e tenendola bene in vista chiese loro: «Chi di voi ha scagliato questa freccia?». La domanda non ebbe risposta. Per tre volte venne ripetuta e per tre volte gli uomini, tremando dalla paura, le opposero il silenzio. «Ah! Così volete sfidarmi! Pensate di proteggere il colpevole con il vostro silenzio? Giuro sul grande Dio Thor che vi farò parlare! E allora andate – ma domani dovrete tornare, e ognuno di voi dovrà portare con sé il più giovane dei propri figli maschi; e se non mi direte ciò che voglio sapere, vedremo quanti uomini saranno capaci di rimanere in silenzio quando mostrerò loro ciò che posso fare ai loro figlioli! Sparite dalla mia vista, cani! E badate di non mancare, domani, altrimenti non saranno solo i figli minori a dover patire la mia collera!» I poveri paesani rimasero come pietrificati. Come potevano tornare alle loro case portando con sé questa terribile notizia? E come potevano, d’altra parte, evitare di obbedire? Ma mentre restavano tutti immobili, paralizzati dall’orrore di quella situazione senza speranza, il loro stupore non fu inferiore a quello del gigante quando udirono alzarsi la voce di un uomo anziano, che con grande calma si rivolgeva all’enorme tiranno. Guardando verso il basso, il gigante vide davanti a sé un vecchio piegato dagli anni, con una lunga barba grigia, che si appoggiava pesantemente a un bastone; l’uomo lo fissava senza mostrare alcuna paura, con profondi occhi grigi nei quali non si poteva scorgere altro che un immenso disprezzo. «Chi sei, vecchio?» gridò il gigante. «Come osi presentarti al mio cospetto? Cosa vuoi?» Il vecchio parlò con voce ferma e calma, senza tradire alcuna emozione. «Quando ogni uomo verrà da te domani con il suo figliolo», egli chiese « cosa ne farai?» Il gigante scoppiò in fragorose risate. «Cosa ne farò? Vecchio pazzo», gli disse «come ti permetti di chiedermelo? Bada a te! Io ho potere di vita e di morte su tutti voi. Ti converrà proprio, vecchia barba grigia, tenere a freno la lingua, perché la tua testa canuta non basterà a salvarti!» Il vecchio non si lasciò intimorire. «È questa la tua risposta?» gli chiese. «È la risposta che spetta a te e a quelli come te, a meno che tu non voglia avere il petto trapassato da una freccia!» Allora lo strano vecchio fece un passo avanti e guardò il gigante dritto negli occhi. «Stai bene attento a quel che ti dico, tiranno, perché la mia bocca pronuncia solo parole di verità. Tu giuri su Thor. Domani è il giorno di Thor, e se in quel giorno verserai una sola goccia di sangue – anzi, se solo accadrà che per colpa tua un bambino innocente pianga per la paura o per il dolore – allora sappi che non potrai mai più tornare nella tua fortezza, né vivo né morto!» Un barlume di speranza palpitò nei cuori degli uomini che erano ancora là, in fila, anche se nessuno credeva che il vecchio avesse il potere di fare qualcosa per salvarli; ma qualcuno bisbigliò che quell’uomo era un eremita, e qualcun altro disse che era un veggente ed era in grado di vedere nel futuro. Uno degli uomini del gigante riferì questa voce al suo padrone, che però scoppiò in una risata di scherno. «Ritorna nella tua caverna!» gridò all’eremita. «Domani vedrai cosa faccio ai cani rabbiosi come te!» e detto ciò si volse e tornò a grandi passi verso il castello, mentre gli uomini si trascinavano alle proprie case, sopraffatti dal dolore. La loro unica, fragile speranza era riposta nell’ancor più fragile figura di quel vecchio, che si dirigeva lentamente verso i boschi sorreggendosi con il lungo bastone. La mattina successiva fu terribile vedere gli uomini risalire faticosamente il pendio di Penhill, ognuno con un bimbo in fasce o un vivace pargoletto fra le braccia, mentre le donne rimaste a casa alzavano strazianti lamenti per i figli che erano certe di non dover mai più rivedere. Il gigante li vide arrivare dagli spalti del castello il suo cuore si riempì di cupa soddisfazione al pensiero del potere che aveva su quei miserabili paesani e di come si sarebbe vendicato per la morte del verro. Esultando all’idea del massacro che stava per compiere, si preparò ad andare incontro al gruppo infilando la daga e l’ascia nella cintola. I paesani furono tutti sorpresi e un po’ sollevati – per quanto le loro speranze fossero davvero esigue – nel vedere che l’eremita dalla barba grigia li aveva preceduti. Quando furono tutti riuniti egli parlò con ognuno di loro, mormorando parole di conforto. «Tenete alti i cuori» disse. «Ogni bambino tornerà incolume fra le braccia della madre. Fatevi forza e non abbiate paura!» Quanto desideravano di potergli credere! Dalla torre del castello il gigante vide l’eremita e questo servì a infiammare di una collera ancor più violenta il cuore del tiranno. Ma mentre stava per uscire dal castello, uno dei suoi attendenti chiese di parlargli. «Signore», disse l’uomo, cadendo in ginocchio « vi imploro di mostrarvi misericordioso! Questa notte ho fatto un sogno e sono venuto per avvertirvi. Non avete visto i corvi e le cornacchie che volano in cerchio attorno al castello a centinaia? Sono uccelli di malaugurio! E nel mio sogno ho visto…» L’uomo non poté proseguire. Il gigante si volse, con un ringhio furioso, e gli sferrò un calcio con tutte le sue forze. L’attendente si accasciò a terra, boccheggiando. Il gigante allora rise e lo colpì nuovamente, lasciandolo tramortito. Poi, dopo aver così cominciato a soddisfare il suo truce desiderio di violenza, lasciò il castello e si diresse verso Penhill, sulla cima dell’altura dove i poveri paesani e il vecchio dallo sguardo fermo lo stavano aspettando. Ma l’attendente era solo svenuto e presto si riebbe. Il suo odio per il crudele padrone aveva raggiunto il limite ed egli non poté più tenerlo a freno. Scendendo nel cortile del castello, mentre ancora le gambe gli vacillavano, riuscì a trascinare nella grande sala dei banchetti nove enormi balle di paglia, nove fascine di erica essiccata e nove grandi canestri di torba. Poi accatastò tutto proprio al centro della sala e con una torcia diede fuoco alla pira. Quando le fiamme si alzarono dalla catasta l’uomo vi gettò dentro anche le panche di legno e altri oggetti, e dopo essersi assicurato che avessero preso a bruciare si trascinò fuori per salvarsi la vita. Nel frattempo, ignaro di ciò che accadeva al castello, il gigante stava scoprendo che le cose a Penhill non andavano affatto come aveva previsto. Tanto per cominciare, dopo aver fatto non più di nove dei suoi enormi passi vide sul sentiero davanti a sé non uno, ma ben nove dei suoi migliori verri, ed erano tutti morti! Nove passi più avanti trovò altri nove maiali, e così fu lungo tutto il percorso che portava a Penhill. Gli animali migliori del suo allevamento erano stati tutti massacrati, e a ogni gruppo di nove carcasse che incontrava la sua ira cresceva a dismisura, fino a che la furia gli chiuse la gola. «Pagherete per tutto questo!» ringhiò con voce strozzata al gruppo di uomini quando giunse davanti a loro. «Per il gran dio Thor, dal luogo in cui vi trovate il sangue scenderà a fiumi lungo le pendici di Penhill e i corvi e le cornacchie che volano in cerchio nel cielo lasceranno di voi solo ossa pulite prima che venga il tramonto!» Poi si fermò per prendere fiato, e per la prima volta sembrò notare la presenza dell’eremita, che stava da solo, calmo e padrone di sé, davanti al gruppo di paesani terrorizzati. «Vieni qui!» ruggì il gigante. «Vieni qui tu, se mi vuoi parlare!» rispose l’anziano eremita. «Io non ho paura di te! Il tuo potere è finito per sempre. Se non mi credi, guarda alle tue spalle!» Il gigante si voltò. Dalle torrette del suo castello si alzavano nove lunghe lingue di fuoco rossastro e nove colonne di fumo nero che andava ingrossandosi a vista d’occhio. Gli occhi del gigante si iniettarono di sangue; afferrata l’ascia, egli la fece roteare sopra la testa dell’eremita, ma prima che potesse sferrare il colpo l’ascia gli cadde di mano e il viso gli sbiancò dal terrore, mentre i suoi occhi spalancati fissavano l’orrenda visione che gli si presentava. Con le ginocchia che gli tremavano per la paura, egli iniziò a indietreggiare lentamente, mentre la visione gli si avvicinava in modo inesorabile. Allora il gruppo dei paesani si volse per vedere ciò che stava riempiendo di terrore il tiranno. Il sole all’orizzonte faceva chiaramente risaltare una sagoma spettrale, che tutti riconobbero per quella di Gunda, e al suo fianco c’era il fantasma del grande Testa di Lupo, che dava violenti strattoni al guinzaglio con il quale era trattenuto e con le zanne scoperte e la bava alla bocca era pronto ad avventarsi su colui che era stato il suo padrone, per strappargli la giugulare come era stato addestrato a fare. Non c’era alcun dubbio sulle sue intenzioni, né sul fatto che Gunda avrebbe lasciato andare il guinzaglio al momento opportuno. Il gigante continuò a retrocedere, mentre la paura gli copriva il corpo di sudori gelidi e i suoi spettrali avversari si facevano sempre più vicini. La folla trattenne il fiato e anche i bambini si azzittirono; passo dopo passo, il gigante si avvicinava al bordo del gran precipizio che gli stava alle spalle, spinto indietro dal terrore. Poi il fantasma della pastorella si fermò e all’improvviso lasciò andare il guinzaglio che tratteneva il cane spettrale. Con un solo balzo, Testa di Lupo si avventò sul gigante, cercandogli la gola con le fauci spalancate, dopodiché, con un ultimo grido disperato, cane e gigante precipitarono insieme nell’abisso. Quando gli uomini ebbero nuovamente il coraggio di guardare, castello, cane e gigante erano scomparsi per sempre, e con essi anche il piccolo, triste spettro di Gunda e l’eremita; e ognuno di loro corse giù per la collina con il cuore pieno di gioia e di gratitudine, per restituire ai baci e alle carezze delle madri i figli scampati al pericolo. Il gigante di Penhill aveva finalmente avuto la morte che meritava."
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"Il gigante di Grabbist": {
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"_testo": "Nel Somerset, a quanto pare, non ci sono molti giganti, però ce n’è uno a Dunster, venuto dalla Cornovaglia. Sembra che non gli piacesse stare del Devon perché i suoi cugini erano dei tipi un po' troppo rozzi. Allora si trasferì a Exmoor, che è un posto proprio carino, pacifico e pieno di gente amichevole. Gli abitanti di Exmoor erano intimoriti dalla sua mole; anzi, erano proprio spaventati, ma col passare del tempo scoprirono che il gigante non faceva del male a nessuno e gli si affezionarono. E le mogli dei fattori si chiedevano: «Cosa diavolo mangerà quel povero ragazzone?» Erano già pronte a cucinargli una bella cena, quando finalmente scoprirono che non c’era alcun bisogno. Il gigante infatti andava matto per il pesce. Scendeva lungo il corso del fiume fino a che arrivava al mare aperto, e alle navi dei pescatori non restava altro da fare che seguirlo per poter tornare al porto di Minehead cariche di pesce. Dopo essere entrato nell’acqua fino alle ascelle, il gigante scodellava fuori enormi quantità di pesce, e per tutti i pescatori era una vera festa. Una volta, il vecchio Elijah Crowcombe si trovava a borda della Dorcas Jane, una barca ormai decrepita che stava a galla per miracolo; la barca era a pieno carico e veniva sballottata di qua e in là dalle onde, e a un certo punto si scatenò una tremenda tempesta. Gli uomini a bordo erano ormai convinti che sarebbero ben presto affondati, quando tra le raffiche di vento e pioggia videro il gigante che veniva verso di loro e sollevava di peso la Dorcas Jane, e prima che potessero anche solo dirgli “grazie!” la barca venne depositata al sicuro nel porto di Watchet. Il gigante si era ormai stabilito a Exmoor ed era molto felice. Un giorno il Vecchio Nick tornò da quelle parti, perché non era contento di veder sorgere nella regione tutte quelle piccole chiese dal tetto di paglia. Così, quando gli abitanti di Hawkridge decisero di costruirsi una chiesa e il gigante promise loro di aiutarli, al Vecchio Nick la cosa non piacque per niente. E quando il gigante arrivò alla Spire Cross con un grande carico di pietre fra le braccia, il Vecchio Nick gli fece lo sgambetto e le pietre finirono tutte per terra. Il gigante non disse niente e non andò su tutte le furie facendo un pandemonio come il Vecchio Nick sperava. Si limitò a chinarsi pazientemente per raccogliere le pietre una per una, poi le portò ad Hawkridge agli operai che stavano costruendo la chiesa. Ma dopo aver raccolto una grossa roccia spezzata la scagliò nel bosco dove il Vecchio Nick stava seduto a ridacchiare, e questo lo fece andare su tutte le furie. E le pietre che non andavano bene per la chiesa vennero gettate dal gigante nel fiume Barle, dove diventarono quelli che oggi chiamiamo Tarr Steps. In breve il gigante si convinse che in quel luogo non c’era spazio a sufficienza per sé e per il Vecchio Nick, il quale del resto stava pensando la stessa cosa. Così i due si incontrarono dalle parti di Porlock e decisero che avrebbero sistemato la questione facendo una gara. Avrebbe tirato entrambi un masso da Bossington Beacon verso Porlock Common, coprendo una distanza di circa quattro miglia, e il perdente se ne sarebbe dovuto andare per sempre dalla regione. Il Vecchio Nick tirò per primo; il suo masso percorse tutte le quattro miglia e atterrò a Porlock Common. Poi il Vecchio Nick fece ancora una volta lo sgambetto al gigante mentre questi si preparava a tirare, così la sua pietra cadde appena a tre passi di distanza. Ma il gigante non se ne andò. Restituì invece lo sgambetto al Vecchio Nick, e dopo averlo fatto cadere con la faccia a terra gli si sedette sopra, fumando tranquillamente una pipa mentre quello si dimenava sotto di lui. Quando ebbe terminato di fumare, il gigante tirò su il Vecchio Nick prendendolo per la coda e gli disse: «Quel tiro non era valido. Ci ritroveremo a Quantock e rifaremo la gara. Nel frattempo, vai a rinfrescarti le idee». E ciò detto lanciò il Vecchio Nick in mare, facendolo piombare con un tonfo proprio al centro della baia di Porlock. Dopo un po' di tempo il gigante e il Vecchio Nick si incontrarono dalle parti di West Quantock per rifare la gara, ma questa volta il gigante fu più veloce del suo avversario e prima che quello potesse fare uno dei suoi scherzi raccolse una enorme pietra e la scagliò fino a Battlegore, a sei miglia di distanza. «Tocca a te, adesso» disse il gigante. Il Vecchio Nick divenne livido, ed era così furibondo e pieno di rabbia che la sua pietra gli scivolò di mano, cadendo a pochi passi di distanza. «Bene», disse il gigante «hai promesso di andartene da qui e di non tornarci mai più, ma dal momento che non è possibile fidarsi di te, farò in modo di assicurarmi che ciò accada davvero». E dopo aver preso ancora il Vecchio Nick per la coda, il gigante scese lungo il corso del fiume Severn, fino a che si trovò in alto mare, con l’acqua che gli arrivava al petto. Poi, dopo avergli fatto fare tre giri sopra la testa a gran velocità, lo lasciò andare. Sembra proprio che il povero Diavolo sia atterrato dalle parte delle Indie Occidentali. Naturalmente in seguito è ritornato, ma non si è più fatto vedere nel Somerset, per paura che il gigante si trovi ancora da quelle parti.",
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"Il fantasma di Lady Hobby": {
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"_testo": "Al tempo della regina Elisabetta I viveva a Bisham Abbey una dama bella e orgogliosa: era fiera del proprio viso e della propria figura, dei bellissimi vestiti e gioielli che possedeva, della gloriosa casata alla quale apparteneva e di quella dalla quale discendeva l’uomo che l’aveva presa in moglie. Era davvero orgogliosa di tutto ciò che la riguardava, a eccezione del proprio giovane figlio, futuro erede del suo nome prestigioso. Di lui non poteva essere fiera, perché malgrado fosse un bambino sano e robusto quanto qualunque altro, aveva purtroppo una scarsa predisposizione allo studio e sembrava anzi incapace di apprendere alcunché. Ciò feriva oltre ogni dire l’orgoglio della madre, la quale non riusciva in alcun modo a comprendere come fosse possibile che il proprio figlio non fosse abile e dotato negli studi quanto lo era nei giochi all’aperto e nelle gare. Dopo aver provato ad affidarlo a svariati istitutori, aveva deciso di seguirlo di persona, perché era sicura che il motivo degli scarsi successi del bambino non fosse l’incapacità di studiare, ma piuttosto la svogliatezza. Molto bene; egli sarebbe stato obbligato a impegnarsi negli studi e in caso contrario avrebbe ricevuto severe punizioni con cinghia e verga. Lei stessa sarebbe stata il suo mentore, e niente l’avrebbe indotta a desistere fino a che il giovane Hobby fosse arrivato a poter competere con i propri pari nell’apprendimento, così come era in grado di fare in ogni altra di quelle occupazioni che sono la prerogativa di un giovane gentiluomo. Così iniziò il calvario del povero bimbo. Giorno dopo giorno sedeva al proprio banco, mentre la severa madre gli faceva da istitutrice. Fuori dalla finestra, il Tamigi scorreva dolce e maestoso fra i prati che circondavano la sua prigione, mentre gli amici trascorrevano piacevolmente il tempo giocando e andando a pescare nella campagna piena di sole e di vita. A ogni lezione non imparata, le ore di studio si moltiplicavano; a ogni errore che commetteva, altri compiti gli venivano assegnati; a ogni disobbedienza, cinghia o verga venivano usati senza misericordia per indurlo a far meglio e riprovare con più impegno. Privato della vita all’aria aperta, il bambino iniziò a diventare pallido e sempre più svogliato. Assillato da una quantità di compiti che non riusciva ad afferrare, e che non avrebbe mai potuto portare a termine, egli sembrava diventare ogni giorno più ottuso. La paura di sbagliare, e quella della punizione che lo aspettava dopo ogni errore, lo privarono di ogni residua capacità di applicarsi e di trarre vantaggio dallo studio. Ma la sua fredda, orgogliosa madre vedeva tutto ciò che solo come un insulto al proprio orgoglio. La penna era il grande nemico del giovane Hobby. Per quanto provasse e riprovasse, non gli riusciva di completare una sola riga del suo quaderno di esercizi senza che l’inchiostro schizzasse dal pennino, coprendo di macchie il suo lavoro. E mentre arrancava con grande fatica lungo gli intricati ghirigori di una riga di dettato, con le dita e i polsini della camicia sporchi d’inchiostro produceva ogni sorta di disastro sulla pagina bianca. A ogni nuova macchia, a ogni schizzo d’inchiostro pioveva sulle sue dita un secco colpo di verga, e le lacrime che cadevano sulla pagina del quaderno andavano a completare lo sfacelo. Venne infine un giorno in cui il povero, giovane Hobby fece ancora più errori e più macchie del solito, e la sua inflessibile istitutrice perse ogni residua pazienza. Dopo averlo afferrato iniziò a batterlo con tutta la furia che le scaturiva dal proprio orgoglio frustrato. Gli urli del bimbo colpirono orecchie rese sorde dalla collera, e le sue invocazioni di misericordia rimasero inascoltate. Più e più volte il braccio della donna si alzò per abbassarsi sul povero bambino, finché egli cadde privo di sensi ai suoi piedi. Nessuno sa se egli sia morto in quel momento oppure se sia spirato qualche ora più tardi, in conseguenza delle percosse ricevute. Così come nessuno conosce la sconfinata profondità del dolore e del rimorso che la sciagurata donna cominciò a provare quando si rese finalmente conto del delitto del quale si era macchiata. In breve declinò e morì, e il suo spirito, che non riuscì a trovare sollievo né perdono nemmeno nella tomba, vaga tuttora inquieto per quella casa, soffermandosi più a lungo nella stanza dove il piccolo Hobby era stato picchiato a morte per nulla più che qualche macchia d’inchiostro sul quaderno. Molte sono le persone che hanno testimoniato di aver visto il fantasma della crudele madre, uno spirito orribile e severo che scivola in silenzio lungo i corridoi, vestito con gli elaborati abiti dell’epoca di Elisabetta: pettorina e gorgiera, cuffia e soggolo. Ma la sua sola vista è sufficiente a far gelare il sangue nelle vene, perché la stoffa del pesante abito emana una pallida, spettrale luminosità, mentre il viso e le mani dell’apparizione sono neri come l’inchiostro. La cosa più terribile della sua figura sono proprio le mani, che protende davanti a sé nel vano tentativo di raggiungere un catino d’acqua, che fluttua a mezz’aria poco più avanti, nel quale vorrebbe immergerle per poterle lavare. Ma per quanto non cessi mai di inseguirlo, il catino continua a sfuggirle dinnanzi ondeggiando di qua e di là e rimanendo sempre poco oltre la sua portata. Qualcuno potrà pensare che questo non sia altro che uno dei tanti macabri racconti inventati dalla gente di paese sulla base di prove molto vaghe, ma esiste qualcosa che testimonia in modo molto più che concreto la verità di ciò che viene raccontato. Circa centoventi anni fa, nell’antica dimora vennero fatte della riparazioni. Nella stanza in cui l’infelice scolaro aveva trascorso tante giornate piangendo lacrime amare, davanti alle lezioni che avrebbe dovuto apprendere, si rece necessario rimuovere un’imposta della finestra. Infilati tra l’imposta e il muro, gli artigiani che eseguivano i restauri trovarono diversi quaderni del tipo usato dai bambini nei secoli passati. Tutti i quaderni risalivano all’epoca di Elisabetta I, e uno di essi corrisponde in ogni particolare a quello che era stato la causa della tragica fine del piccolo Hobby, perché non v’era una sola riga che non fosse piena di macchie, ditate e schizzi d’inchiostro e lavata dalle lacrime."
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"Due uomini in uncampo di rape": {
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"_testo": "C’erano un giorno due uomini che stavano lavorando in un campo di rape, intenti a zappare il terreno. Le loro schiene erano curve fin dal primo mattino sul duro lavoro dei campi. A un certo punto uno dei due si alzò, appoggiò una mano in cima al manico della zappa, mentre con l’altra si asciugava il sudore che gli imperlava la fronte, e disse: «Bah! Io non ci credo ai fantasmi dei quali parli!» E l’altro uomo gli rispose: «Ah, no?» E scomparve!"
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"Bolster e Jecholiah": {
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"_testo": "Molto tempo fa, tutta la Gran Bretagna era popolata dai giganti, e in modo particolare la Cornovaglia. Erano giganteschi in tutto: non solo nelle proporzioni, ma anche nell’appetito, nella rudezza del loro carattere e nelle passioni. Qualunque cosa facessero era più grande del normale, e altrettanto straordinaria. Bolster era uno di questi giganti. Le sue imprese erano state molte e varie, ma la particolare eccentricità che lo distingueva riguardava le sue abitudini in fatto di matrimonio. Egli era solito affermare che un anno di convivenza era il massimo che un uomo potesse sopportare di trascorrere accanto alla stessa donna. Così, alla fine di ogni anno egli si sbarazzava della moglie che aveva avuto fino al giorno prima e si risposava subito dopo. Dal momento che non era soggetto alla limitazione nella durata della vita che solitamente affligge gli esseri umani, prima di incontrare Jecholiah egli aveva avuto svariate centinaia di mogli e si era liberato di ognuna di esse nello stesso modo, che gli aveva fornito un buon numero di occasioni per divertirsi facendo un po’ di sano esercizio fisico. Allo scadere di ogni anno, infatti, egli conduceva la moglie sulla cima della collina conosciuta con il nome di Faro di sant’Agnese e lì, dopo essersi portato a una certa distanza, raccoglieva dal terreno grosse pietre e massi che gettava contro di lei fino a che riusciva a colpirla e ucciderla. I grossi proiettili di granito da lui lanciati sono ancora là sparsi sulla collina, a testimoniare la verità di questo racconto. Tirare tutti quei massi era un esercizio che richiedeva parecchio sforzo fisico anche da parte di un gigante, ed egli cercava di mantenersi in buona forma così da poter praticare il suo divertimento annuale nel migliore dei modi. La mattina del giorno stabilito si dirigeva verso le colline per fare una passeggiata durante la quale cercava uno dei tanti pozzi di una miniera abbandonata che si trovava nella zona. Il gigante si sedeva poi di fianco all’apertura, dopo aver inciso una vena del braccio che poggiava sull’imboccatura del pozzo, e si sdraiava per godersi il sole mentre il sangue che colava dall’incisione raggiungeva la quantità che riteneva sufficiente al suo scopo. Il salasso terminava infatti quando il sangue cominciava a traboccare dal pozzo. A quel punto, il gigante richiudeva il taglio sul braccio e sentendosi molto rinfrescato e in buona forma, tornava a casa a prendere la moglie per sistemare la faccenda. La sua millesima moglie fu appunto una dama chiamata Jecholiah, che era stata per lui una sposa amorevole, lavoratrice, di buon carattere e piena di attenzioni; ma il suo momento era arrivato, e sotto questo aspetto ella si stava rivelando più recalcitrante di tutte quelle che l’avevano preceduta. Per quanto provasse, non riusciva a spingere il proprio spirito di sacrificio fino ad accettare l’idea di dover morire per soddisfare le intenzioni e i desideri del marito. Jecholiah era una donna dal carattere forte e coraggioso ed era sicura che anche sant’Agnese avrebbe condiviso la sua opinione; pensava infatti che il trattamento che il marito intendeva riservarle non sarebbe stato approvato nemmeno da una Santa martire. E fu così che all’avvicinarsi dello scadere dell’anno di matrimonio ella si rivolse a sant’Agnese per chiederle aiuto e consiglio. In effetti, Sant’Agnese si era sentita oltraggiata per il reiterato utilizzo che Bolster aveva deciso di fare del luogo a lei dedicato; così la Santa apparve di persona a Jecholiah, e le due donne si misero a escogitare uno stratagemma per contrastare le intenzioni del gigante. Dopo aver ricevuto istruzioni da sant’Agnese, Jecholiah tornò a casa tutta sorrisi e premure, e durante la serata informò il marito che aveva trovato la forza di rassegnarsi alla sua volontà e che il giorno dopo, per l’amore che gli portava, sarebbe stata pronta al sacrificio. Quando venne la mattina ella si vestì con gli abiti più belli che possedeva e si comportò nel modo più dolce e affettuoso. Mentre preparava a Bolster la sua pantagruelica colazione Jecholiah cantava e sorrideva, e quando egli fu pronto a uscire di casa la donna l’accompagnò senza farsi pregare, saltellando al suo fianco come un agnellino, rivolgendogli affettuose parole d’amore e lanciandogli sorrisi quasi stessi andando a celebrare le proprie nozze invece di essere sul punto di morire. Quando alla fine arrivarono sul declivio di una splendida collina, ella disse al marito che si sentiva un poco affaticata e gli propose di sedersi a riposare. Il Faro di sant’Agnese era ormai molto vicino e non c’era alcuna fretta; inoltre il gigante doveva ancora praticarsi il salasso, che era indispensabile per poter portare la faccenda a una conclusione soddisfacente. «Guarda», disse Jecholiah “c’è un pozzo proprio qui vicino, se sei pronto a usarlo. Sembra che sia stato messo qui apposta per te!» «L’uno vale l’altro» convenne Bolster. «E dicono che non ci sia momento migliore di quello presente». Così egli si sedette, tirò fuori il suo rasoio e si aprì la vena del braccio per la millesima volta. Poi appoggiò il braccio sull’apertura del pozzo e si sdraiò, rivolgendo lo sguardo verso la sua amabile, amorevole, obbediente sposa. Jecholiah sedetti accanto alla sua testa, accarezzandola e stordendolo con dolci sciocchezze. Una volta o due egli si alzò per osservare il livello del sangue nel pozzo, ma siccome non si era ancora riempito i gigante si sdraiò nuovamente, pregustando il divertimento che si sarebbe goduto nel pomeriggio e i piaceri che gli avrebbe dato la nuova moglie, che aveva già scelto e avrebbe portato con sé, volente o nolente, quella stessa notte. Jecholiah sollevò l’enorme testa e se la pose in grembo, poi iniziò a cantare una melodia dolce e carezzevole, che sembrava accordarsi con il canto degli uccelli, la brezza che agitava le erbe e le nuvole nell’azzurro del cielo sopra di loro, mentre sul ritmo echeggiava quello del mare che si infrangeva contro la spiaggia vicina, sulla costa settentrionale della Cornovaglia. Jecholiah continuò a cantare e Bolster chiuse gli occhi. Il pozzo non si era ancora riempito. Poi il gigante si addormentò, ma la donna non smise il suo canto. Alla fine ella poté vedere ciò che aveva atteso: il mare davanti a loro cominciò a tingersi di lunghe striature rosse. Accarezzando la fronte del marito addormentato, l’obbediente Jecholiah ricominciò a cantare e il pomeriggio passò. Dopo molto tempo il gigante si scosse, avvertendo una strana sensazione di debolezza e una terribile spossatezza, poi si alzò in piedi a fatica e guardò il mare. Fino al lontano orizzonte, l’acqua era rossa, di un rosso cupo e brillante, color del sangue; e il cielo del pomeriggio avanzato, che aveva assunto una tinta molto simile, incorniciava un sole rosso che stava già iniziando a scomparire nel rosso dell’acqua. Il pozzo, che sant’Agnese aveva con gran precisione indicato a Jecholiah, aveva una seconda uscita sul mare, e durante tutto il tempo che il gigante aveva trascorso là sdraiato il sangue che lo teneva in vita si era riversato nell’oceano. Capendo troppo tardi ciò che era accaduto, egli si volse verso la moglie per farle pagare caro il suo tradimento; ma la testa cominciò a girargli, le ginocchia gli si piegarono e il fiato gli mancò. Con uno schianto fragoroso egli si abbatté a terra, e quella, così racconta la storia, fu la sua fine."
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"Un gigante delloYorkshire": {
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"_testo": "Il gigante di Penhill poteva vantarsi di essere niente di meno che è un discendente del grande dio Thor, il quale era a sua volta un gigante ed era conosciuto anche con il nome di Barbarossa lo Spaccamontagne. Così lo chiamavano, ma in realtà Thor era un gigante gioviale, che solo raramente si infuriava con qualcuno; il gigante di Penhill, invece, era un essere brutale, prepotente e malvagio, che con la sua mole e la sua fama riusciva a terrorizzare l’intera regione. Egli viveva in un’enorme castello, e l’unica cosa che gli dava soddisfazione era l’allevamento di un branco di enormi maiali. Alle sue dipendenze aveva molti guardiani di porci, che erano assistiti nel loro compito dall’unica creatura, fatta eccezione per i maiali, che entrasse nei favori del gigante. Era uno splendido cane da pastore, chiamato Testa di Lupo; un animale di grandi dimensioni, molto intelligente, ben addestrato a svolgere il suo compito è pronto nell’obbedire agli ordini del padrone. Tra i gigante e il suo terribile cane esisteva un forte legame, e i due insieme incutevano il terrore in tutti gli abitanti del Wensleydale. Un giorno il gigante stava passeggiando lungo la valle del fiume Yore, con Testa di Lupo al suo fianco, quando gli capitò d’imbattersi in un gregge di pecore. I gigante si infuriò al pensiero che qualcun altro oltre lui potesse possedere qualcosa, e in quel caso, siccome si sentiva annoiato, pensò di cogliere l’occasione per divertirsi a spese altrui. Così diede un breve comando a Testa di Lupo, e immediatamente il potente animale si scagliò sulle pecore terrorizzate. In men che non si dica il cane scannò una pecora e la lasciò morente a terra, mentre il padrone lo incitava a inseguire le altre per far fare anche a loro la stessa fine. Il gigante rimase soddisfatto da questa esibizione del proprio potere e dalla cieca obbedienza del cane, e non aveva alcun desiderio di interrompere il divertimento, ma si fermò quando vide venire nella sua direzione una ragazza, che piangendo e torcendosi le mani gli si avvicinò e si gettò ai suoi piedi per supplicarlo. «Signore!» ella implorò. «Risparmiate le altre! Sono il gregge di mio padre, e sono tutto ciò che egli possiede a questo mondo. Richiamate il vostro cane, ve ne supplico!» Il gigante fu sorpreso dalla sua audacia, ma qualunque genere di ostacolo alla sua volontà non faceva che renderlo ancora più ostinato e malvagio. La respinse con sdegno, allontanandola con un colpo dell’enorme stivale, poi chiamò il cane con un fischio e gli ordinò di riprendere il suo gioco crudele. Allora la ragazza iniziò a singhiozzare disperatamente, e ciò spinse il gigante a rivolgere nuovamente lo sguardo verso di lei. E questa volta notò che, sebbene non fosse altro che una pastorella, ella era estremamente graziosa; ed essendo quel brutto che era, i suoi pensieri passarono in un istante da un divertimento a un altro. Così la raccolse e iniziò a carezzarla, tenendo fra le dita come una delicata statuetta di porcellana il corpo soffice e dalle ossa minute. Ma la ragazza, terrorizzata, rifuggiva dalle sue carezze contorcendosi e divincolandosi, e alla fine riuscì a liberarsi dalla presa. Poi, dopo essere caduta per terra, si rialzò immediatamente e prese a correre più veloce che poteva. Il gigante, infuriato e pieno di desiderio, iniziò a inseguirla, ma la paura mise le ali ai piedi della pastorella, che riuscì a distanziarlo e si diresse per istinto verso il bosco, nel quale il cammino del gigante sarebbe stato ostacolato dalla sua mole ed ella avrebbe potuto cercare rifugio e salvezza correndo tra un albero e l’altro. Indovinando la sua intenzione e vedendo che non gli sarebbe stato possibile raggiungerla prima che riuscisse a rifugiarsi nel folto del bosco, il gigante richiamò ancora una volta Testa di Lupo con un fischio e gli ordinò di attaccare la ragazza. Il cane partì veloce come il dardo scagliato da una balestra, e la pastorella, in preda al terrore, sentì che l’orribile bestia le si avvicinava sempre più. Quando l’animale le balzò addosso la ragazza si volse, impedendogli così di colpirle la gola, ma l’urto la fece cadere. E mentre quello si scagliava nuovamente su di lei, la pastorella afferrò una grossa pietra che si trovava vicino alla sua mano e l’abbatté con tutte le sue forze sul muso dell’animale. Il cane si ritirò, scoprendo i denti e ringhiando, dolorante e sconcertato da quella violenta reazione che non aveva mai dovuto subire da parte di pecore o maiali, e malgrado i ripetuti comandi del padrone si rifiutò di attaccare una seconda volta. Nel frattempo, però, il gigante era riuscito a raggiungerli; accecato dall’ira per essere stato frustrato nei suoi crudeli intenti sia dalla ragazza che dal cane, egli sollevò alta sopra la testa alla sua enorme mazza e la abbatté sul capo della pastorella indifesa. Il suo cranio si frantumò come il guscio di un uovo ed ella morì sul colpo. Poi il gigante allontanò con un calcio il povero corpo senza vita e se ne andò, lasciandolo dove si trovava perché la famiglia potesse trovarlo. Per quanto la sua pessima reputazione fosse già ben nota in tutta la regione, niente causo tanto terrore raccapriccio fra la brava gente del Wensleydale quanto la barbara uccisione di Gunda, la figlia del pastore. «Mal gliene incoglierà» disse la gente, e dopo qualche tempo si provò che avevano ragione. Nel frattempo, comunque, il gigante era tornato alla sua vita normale. Ogni mattina mandava i guardiani dei porci a prendere il branco, e con l’aiuto del cane le bestie venivano fatte sfilare a coppie davanti ai suoi occhi. Per quanto fossero centinaia, egli le riconosceva una per una e questa ispezione giornaliera gli consentiva di vedere se ce ne fosse qualcuna ammalata o in cattive condizioni, e di controllare se tutte stavano ingrassando e crescendo come lui desiderava. Un giorno, mentre i giovani verri gli stavano sfilando davanti, egli ne vide uno che avanzava da solo, e per quanto lo si cercasse non vi fu modo di trovarne il compagno. Il gigante ordinò con un ruggito ai suoi uomini di passare in rassegna per la seconda volta i maiali e di ricontarli, ma questo permise solo di confermare la mancanza di un animale. «Questo cane sta diventando troppo vecchio per il suo lavoro» disse il gigante sferrando con cattiveria e un calcio a Testa di Lupo, a quale comandò di andare a ritrovare il maiale scomparso. Il cane rialzò le labbra e scoprì le zanne, ma sgattaiolò via per obbedire agli ordini del padrone, mentre i guardiani dei porci tremavano dalla paura. «Trovate quel verro», ringhiò il gigante «o per Thor giuro che vi scorticherò vivi e lascerò i vostri corpi ai lupi perché vi finiscano!» Gli uomini si apprestarono a iniziare la ricerca, ma proprio in quel momento udirono in lontananza l’ululato lamentoso di Testa di Lupo, e insieme al gigante si misero a correre verso il luogo dal quale proveniva quel suono. Grazie alle sue enormi gambe il gigante riuscì a precederli, e quando raggiunsero Testa di Lupo videro il cane accucciato vicino alla carcassa del verro, dal cui fianco sporgeva la coda di una freccia che aveva colpito il cuore dell’animale. La furia del gigante non conobbe limiti. I suoi ruggiti riempirono la vallata e si infransero sulle pendici delle colline. Egli non aveva idea di chi potesse aver scagliato quella freccia, ma fece voto al suo grande antenato che dopo averlo trovato gli avrebbe tagliato la mano per impedirgli di scoccacarne un’altra. Poi maledisse nuovamente Testa di Lupo e lo minacciò di morte per non aver protetto le sue proprietà come avrebbe dovuto. Alla fine, almeno per il momento, la sua furia si acquietò, e dopo essersi caricato sulle spalle la carcassa del maiale egli ordinò al cane di seguirlo e si diresse verso casa sua. Ma il cane, ricordando il calcio che aveva ricevuto, si rifiutò di seguirlo e si diresse invece verso il bosco dove la povera Gunda era stata uccisa, per cercarvi riparo. Il gigante chiamò il suo aiutante e gli ordinò di inviare dei messaggeri in ogni luogo della valle, per comandare a ogni uomo in grado di tirare con l’arco di presentarsi entro una settimana a un punto convenuto, nelle vicinanze di Penhill, promettendo morte e distruzione a chi si fosse assentato, perché la valle sarebbe stata frugata in lungo in largo fino a che non fosse stato scovato il colpevole della morte del verro. La notizia passò di bocca in bocca e gli abitanti del villaggio vennero presi da una paura crescente. Nessuno di loro sapeva chi avesse ucciso il verro, ma ogni uomo temeva per la propria vita e per ciò che il proprio vicino avrebbe potuto dire. Mentre i giorni lentamente passavano, l’orribile tiranno stentava a tenere a freno la propria impazienza, anche perché cominciava a crescere la collera causata dalla continua assenza di Testa di Lupo. Un giorno, mentre camminava sugli spalti del castello, egli notò qualcosa che si muoveva nel bosco e scrutando tra gli alberi vide una sagoma che riconobbe per quella del proprio cane, l’unica creatura al mondo per la quale avesse provato qualche sentimento o dalla quale avessi avuto in cambio un qualche segno di affetto. Il gigante emise un fischio; Testa di Lupo alzò il capo e rizzò le orecchie, ma non ubbidì al richiamo. Il gigante fischiò più e più volte, ma il cane rimase immobile, esitante e riluttante a ubbidire. Allora il gigante perse la pazienza e si fece trascinare un’altra volta dalla collera più cieca. Afferrò il suo enorme arco e incoccò una freccia, che scagliò con mano sicura a trafiggere il cuore di Testa di Lupo. Senza emettere un suono il cane cadde morto, proprio come era accaduto a Gunda e quasi nello stesso luogo. Alla fine il giorno del raduno arrivò e gli intimoriti paesani si raccolsero nel punto indicato. Quando furono tutti riuniti, il gigante comparve davanti a loro stringendo in una mano la freccia estratta dalla carcassa del verro, e tenendola bene in vista chiese loro: «Chi di voi ha scagliato questa freccia?». La domanda non ebbe risposta. Per tre volte venne ripetuta e per tre volte gli uomini, tremando dalla paura, le opposero il silenzio. «Ah! Così volete sfidarmi! Pensate di proteggere il colpevole con il vostro silenzio? Giuro sul grande Dio Thor che vi farò parlare! E allora andate – ma domani dovrete tornare, e ognuno di voi dovrà portare con sé il più giovane dei propri figli maschi; e se non mi direte ciò che voglio sapere, vedremo quanti uomini saranno capaci di rimanere in silenzio quando mostrerò loro ciò che posso fare ai loro figlioli! Sparite dalla mia vista, cani! E badate di non mancare, domani, altrimenti non saranno solo i figli minori a dover patire la mia collera!» I poveri paesani rimasero come pietrificati. Come potevano tornare alle loro case portando con sé questa terribile notizia? E come potevano, d’altra parte, evitare di obbedire? Ma mentre restavano tutti immobili, paralizzati dall’orrore di quella situazione senza speranza, il loro stupore non fu inferiore a quello del gigante quando udirono alzarsi la voce di un uomo anziano, che con grande calma si rivolgeva all’enorme tiranno. Guardando verso il basso, il gigante vide davanti a sé un vecchio piegato dagli anni, con una lunga barba grigia, che si appoggiava pesantemente a un bastone; l’uomo lo fissava senza mostrare alcuna paura, con profondi occhi grigi nei quali non si poteva scorgere altro che un immenso disprezzo. «Chi sei, vecchio?» gridò il gigante. «Come osi presentarti al mio cospetto? Cosa vuoi?» Il vecchio parlò con voce ferma e calma, senza tradire alcuna emozione. «Quando ogni uomo verrà da te domani con il suo figliolo», egli chiese « cosa ne farai?» Il gigante scoppiò in fragorose risate. «Cosa ne farò? Vecchio pazzo», gli disse «come ti permetti di chiedermelo? Bada a te! Io ho potere di vita e di morte su tutti voi. Ti converrà proprio, vecchia barba grigia, tenere a freno la lingua, perché la tua testa canuta non basterà a salvarti!» Il vecchio non si lasciò intimorire. «È questa la tua risposta?» gli chiese. «È la risposta che spetta a te e a quelli come te, a meno che tu non voglia avere il petto trapassato da una freccia!» Allora lo strano vecchio fece un passo avanti e guardò il gigante dritto negli occhi. «Stai bene attento a quel che ti dico, tiranno, perché la mia bocca pronuncia solo parole di verità. Tu giuri su Thor. Domani è il giorno di Thor, e se in quel giorno verserai una sola goccia di sangue – anzi, se solo accadrà che per colpa tua un bambino innocente pianga per la paura o per il dolore – allora sappi che non potrai mai più tornare nella tua fortezza, né vivo né morto!» Un barlume di speranza palpitò nei cuori degli uomini che erano ancora là, in fila, anche se nessuno credeva che il vecchio avesse il potere di fare qualcosa per salvarli; ma qualcuno bisbigliò che quell’uomo era un eremita, e qualcun altro disse che era un veggente ed era in grado di vedere nel futuro. Uno degli uomini del gigante riferì questa voce al suo padrone, che però scoppiò in una risata di scherno. «Ritorna nella tua caverna!» gridò all’eremita. «Domani vedrai cosa faccio ai cani rabbiosi come te!» e detto ciò si volse e tornò a grandi passi verso il castello, mentre gli uomini si trascinavano alle proprie case, sopraffatti dal dolore. La loro unica, fragile speranza era riposta nell’ancor più fragile figura di quel vecchio, che si dirigeva lentamente verso i boschi sorreggendosi con il lungo bastone. La mattina successiva fu terribile vedere gli uomini risalire faticosamente il pendio di Penhill, ognuno con un bimbo in fasce o un vivace pargoletto fra le braccia, mentre le donne rimaste a casa alzavano strazianti lamenti per i figli che erano certe di non dover mai più rivedere. Il gigante li vide arrivare dagli spalti del castello il suo cuore si riempì di cupa soddisfazione al pensiero del potere che aveva su quei miserabili paesani e di come si sarebbe vendicato per la morte del verro. Esultando all’idea del massacro che stava per compiere, si preparò ad andare incontro al gruppo infilando la daga e l’ascia nella cintola. I paesani furono tutti sorpresi e un po’ sollevati – per quanto le loro speranze fossero davvero esigue – nel vedere che l’eremita dalla barba grigia li aveva preceduti. Quando furono tutti riuniti egli parlò con ognuno di loro, mormorando parole di conforto. «Tenete alti i cuori» disse. «Ogni bambino tornerà incolume fra le braccia della madre. Fatevi forza e non abbiate paura!» Quanto desideravano di potergli credere! Dalla torre del castello il gigante vide l’eremita e questo servì a infiammare di una collera ancor più violenta il cuore del tiranno. Ma mentre stava per uscire dal castello, uno dei suoi attendenti chiese di parlargli. «Signore», disse l’uomo, cadendo in ginocchio « vi imploro di mostrarvi misericordioso! Questa notte ho fatto un sogno e sono venuto per avvertirvi. Non avete visto i corvi e le cornacchie che volano in cerchio attorno al castello a centinaia? Sono uccelli di malaugurio! E nel mio sogno ho visto…» L’uomo non poté proseguire. Il gigante si volse, con un ringhio furioso, e gli sferrò un calcio con tutte le sue forze. L’attendente si accasciò a terra, boccheggiando. Il gigante allora rise e lo colpì nuovamente, lasciandolo tramortito. Poi, dopo aver così cominciato a soddisfare il suo truce desiderio di violenza, lasciò il castello e si diresse verso Penhill, sulla cima dell’altura dove i poveri paesani e il vecchio dallo sguardo fermo lo stavano aspettando. Ma l’attendente era solo svenuto e presto si riebbe. Il suo odio per il crudele padrone aveva raggiunto il limite ed egli non poté più tenerlo a freno. Scendendo nel cortile del castello, mentre ancora le gambe gli vacillavano, riuscì a trascinare nella grande sala dei banchetti nove enormi balle di paglia, nove fascine di erica essiccata e nove grandi canestri di torba. Poi accatastò tutto proprio al centro della sala e con una torcia diede fuoco alla pira. Quando le fiamme si alzarono dalla catasta l’uomo vi gettò dentro anche le panche di legno e altri oggetti, e dopo essersi assicurato che avessero preso a bruciare si trascinò fuori per salvarsi la vita. Nel frattempo, ignaro di ciò che accadeva al castello, il gigante stava scoprendo che le cose a Penhill non andavano affatto come aveva previsto. Tanto per cominciare, dopo aver fatto non più di nove dei suoi enormi passi vide sul sentiero davanti a sé non uno, ma ben nove dei suoi migliori verri, ed erano tutti morti! Nove passi più avanti trovò altri nove maiali, e così fu lungo tutto il percorso che portava a Penhill. Gli animali migliori del suo allevamento erano stati tutti massacrati, e a ogni gruppo di nove carcasse che incontrava la sua ira cresceva a dismisura, fino a che la furia gli chiuse la gola. «Pagherete per tutto questo!» ringhiò con voce strozzata al gruppo di uomini quando giunse davanti a loro. «Per il gran dio Thor, dal luogo in cui vi trovate il sangue scenderà a fiumi lungo le pendici di Penhill e i corvi e le cornacchie che volano in cerchio nel cielo lasceranno di voi solo ossa pulite prima che venga il tramonto!» Poi si fermò per prendere fiato, e per la prima volta sembrò notare la presenza dell’eremita, che stava da solo, calmo e padrone di sé, davanti al gruppo di paesani terrorizzati. «Vieni qui!» ruggì il gigante. «Vieni qui tu, se mi vuoi parlare!» rispose l’anziano eremita. «Io non ho paura di te! Il tuo potere è finito per sempre. Se non mi credi, guarda alle tue spalle!» Il gigante si voltò. Dalle torrette del suo castello si alzavano nove lunghe lingue di fuoco rossastro e nove colonne di fumo nero che andava ingrossandosi a vista d’occhio. Gli occhi del gigante si iniettarono di sangue; afferrata l’ascia, egli la fece roteare sopra la testa dell’eremita, ma prima che potesse sferrare il colpo l’ascia gli cadde di mano e il viso gli sbiancò dal terrore, mentre i suoi occhi spalancati fissavano l’orrenda visione che gli si presentava. Con le ginocchia che gli tremavano per la paura, egli iniziò a indietreggiare lentamente, mentre la visione gli si avvicinava in modo inesorabile. Allora il gruppo dei paesani si volse per vedere ciò che stava riempiendo di terrore il tiranno. Il sole all’orizzonte faceva chiaramente risaltare una sagoma spettrale, che tutti riconobbero per quella di Gunda, e al suo fianco c’era il fantasma del grande Testa di Lupo, che dava violenti strattoni al guinzaglio con il quale era trattenuto e con le zanne scoperte e la bava alla bocca era pronto ad avventarsi su colui che era stato il suo padrone, per strappargli la giugulare come era stato addestrato a fare. Non c’era alcun dubbio sulle sue intenzioni, né sul fatto che Gunda avrebbe lasciato andare il guinzaglio al momento opportuno. Il gigante continuò a retrocedere, mentre la paura gli copriva il corpo di sudori gelidi e i suoi spettrali avversari si facevano sempre più vicini. La folla trattenne il fiato e anche i bambini si azzittirono; passo dopo passo, il gigante si avvicinava al bordo del gran precipizio che gli stava alle spalle, spinto indietro dal terrore. Poi il fantasma della pastorella si fermò e all’improvviso lasciò andare il guinzaglio che tratteneva il cane spettrale. Con un solo balzo, Testa di Lupo si avventò sul gigante, cercandogli la gola con le fauci spalancate, dopodiché, con un ultimo grido disperato, cane e gigante precipitarono insieme nell’abisso. Quando gli uomini ebbero nuovamente il coraggio di guardare, castello, cane e gigante erano scomparsi per sempre, e con essi anche il piccolo, triste spettro di Gunda e l’eremita; e ognuno di loro corse giù per la collina con il cuore pieno di gioia e di gratitudine, per restituire ai baci e alle carezze delle madri i figli scampati al pericolo. Il gigante di Penhill aveva finalmente avuto la morte che meritava."
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"I folletti alla sorgente": {
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"immagine": "[[Immagine:noimage.jpg|200px]]",
"continente": "Europa",
"area": "Nordeuropa",
"paese": "Inghilterra",
"macrogruppo": "Racconti Magici (300-559)",
"gruppo": "Aiutanti Soprannaturali (500-518)",
"numero": "ATU 503 — I doni dei folletti",
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"specificità": "Folletti",
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"Il fattore e il bogie": {
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"macrogruppo": "Racconti dell'Orco Stupido (1000-1169)",
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"_testo": "Si racconta che molto tempo fa viveva un [[bogie]], piccino e tutto ricoperto di peli, che si divertiva un mondo a tormentare i poveri fattori con ogni genere di tiro birbone. Ma c’è fattore e fattore. Anche Jack era uno di loro, ma non uno di quelli che se ne vanno in giro a cavallo tutti ben vestiti mentre altri faticano al posto loro. Era solo un contadino la cui famiglia, fin da prima dell’arrivo dei Romani, aveva ricavato di che sopravvivere lavorando con tenacia alcuni piccoli appezzamenti di terra avara. Jack viveva con la terra attaccata alla suola degli stivali, il suo odore nelle narici e la sua consistenza fra le dita. Le difficoltà della vita rafforzano gli uomini. Jack era un uomo di carattere tenace e avveduto, ed era un osso ben duro da masticare per chi cercava di metterlo nel sacco, come il bogle ebbe modo di constatare a proprie spese quando decise di rivolgere a Jack le sue perfide attenzioni. Ogni contadino cerca sempre il modo di estendere i propri appezzamenti, e Jack non faceva eccezione. Vicino al suo fazzoletto di terreno si stendeva un campo sul quale egli aveva messo gli occhi da diversi anni, sapendo che alla morte del proprietario la terra sarebbe stata messa in vendita al migliore offerente. Così, quando questa eventualità si verificò Jack era già pronto con i suoi risparmi; ben presto l’acquisto fu combinato e il fattore poté tornare alla sua casetta, dove quella stessa sera sedette accanto al fuoco, sfregandosi le mani callose e ripensando soddisfatto al buon affare concluso. «\n\u003Cbr\u003ECi sarà un gran raccolto, l’anno prossimo, e questa volta sarà tutto mio» egli disse parlando tra sé e sé ad alta voce. \n\u003Cbr\u003E«Il raccolto ci sarà, ma non sarà tua» rispose una vocetta roca dall’altra parte del focolare. \n\u003Cbr\u003EJack alzò lo sguardo davanti a sé, stupito. Nella vecchia sedia di legno all’altro lato del focolare, seduto con le gambe incrociate, c’era un bogie – un tipetto tarchiato, grinzoso, con un viso scuro e pieno di rughe come il cuoio vecchio e una zazzera di capelli grigi simili alla criniera di una vecchia giumenta. Jack indovinò dalle sue dimensioni che doveva trattarsi di un bogle, perché era alto non più della metà di un uomo normale. \n\u003Cbr\u003E«Non sarà tuo Jack» ripeté il bogle. «Sarà mio. Quel campo è sempre stato della mia famiglia, e sempre lo sarà». \n\u003Cbr\u003E«Adesso è mio» ribatté Jack, riprendendosi finalmente dalla sorpresa. \n\u003Cbr\u003E«L’ho comprato e pagato, e ho le carte che lo provano». \n\u003Cbr\u003E«Carte!» grugnì il bogie. \n\u003Cbr\u003E«Cos’hanno a che fare le tue carte con quel campo? Non provano un bel niente! Quel campo apparteneva alla mia famiglia quando la luna venne fatta con un pezzo di formaggio, anni e anni prima che quelli come te iniziassero a gironzolare sulla faccia della terra». Jack non aveva mai visto un bogle prima di allora, ma aveva sentito parlare di loro fin da bambino. Sapeva che erano piccole creature astute, e che non serviva a nulla metterglisi apertamente contro. Così fece in modo di prendersi del tempo per pensare. \n\u003Cbr\u003E«Se il campo è tuo come dici», riprese Jack, «spiegami come mai è stato tenuto nascosto così male per tutti questi anni». \n\u003Cbr\u003E«Sempliciotto! Testa di rapa!» gli rispose il bogle scoppiando a ridere e mostrando due file di denti gialli, vecchi e solidi come le colline. «Quel tizio che lo lavorava prima non ha voluto stare ai miei patti, ed è per questo che non ne ha mai ricavato un raccolto decente». \n\u003Cbr\u003EJack pensò di aver capito. «E quali sono i tuoi patti?» gli chiese. \n\u003Cbr\u003E«Così va meglio», disse il bogie. «Vedo che hai intenzione di dimostrarti più ragionevole di quell’altro. Vedi, il campo è mio. Tu fai tutto il lavoro, e noi due ci dividiamo il raccolto. Che ne dici?» \n\u003Cbr\u003E«Bene», disse Jack lentamente. «Lavorare sodo non mi fa certo paura, se alla fine ne ricavo la mia giusta parte. Io farò il lavoro, e ci spartiremo ciò che crescere. Sei d’accordo?» \n\u003Cbr\u003E«D’accordo!» disse il bogle. Jack pensò che doveva ancora nascere il giorno in cui un uomo come lui si sarebbe trovato a mal partito in un affare del genere. \n\u003Cbr\u003E«Cosa vuoi tenere per te, il primo anno?» chiese al bogle. \n\u003Cbr\u003E«Le cime o le radici?» \n\u003Cbr\u003E«Bè, le cime, naturalmente», rispose l’omiciattolo, saltando giù dalla sedia e piantandosi sulle tozze gambette mentre guardava da sotto in su il fattore. «Io terrò le cime e tu terrai le radici. Mi sembra proprio un affare onesto, parola mia». E detto ciò si allontanò, trotterellando sulle gambette, lasciando Jack che si grattava la testa e pensava al modo di cavarsela. \n\u003Cbr\u003ECosì Jack arò la terra e la seminò, e quando fu tempo il raccolto che ne ricavò era tanto abbondante che non avrebbe potuto aspettarsi di meglio. \n\u003Cbr\u003EPoco tempo dopo il bogie ritornò per reclamare la sua parte di quell’anno. \n\u003Cbr\u003E«Vediamo», disse Jack. «Se ben ricordo eravamo rimasti d’accordo che tu avresti tenuto le cime e io le radici». \n\u003Cbr\u003E«Proprio così» rispose il bogle. \n\u003Cbr\u003E«Ah! Bene, troverai appena dietro allo steccato un gran bel mucchio di cime di rapa, pronte per te» disse allora Jack. \n\u003Cbr\u003ECosì il bogle si rese conto di aver avuto la peggio in quell’affare, e non ne fu per niente contento. \n\u003Cbr\u003E«Come restiamo d’accordo per l’anno prossimo?» ringhiò il bogle facendo scrocchiare a una a una le nocche delle dita. \n\u003Cbr\u003E«Dimmelo tu», rispose Jack. \n\u003Cbr\u003E«Cosa vuoi tenere per te, le cime o le radici?» \n\u003Cbr\u003E«Le radici», disse allora il bogie. «L’anno prossimo tu avrai le cime e io terrò le radici». \n\u003Cbr\u003E«Come preferisci» replicò Jack. «Per me fa lo stesso». \n\u003Cbr\u003EE quando venne l’autunno egli arò nuovamente il campo e seminò l’orzo. E quello crebbe così abbondante da riempire di gioia gli occhi del fattore. \n\u003Cbr\u003EAl tempo della mietitura, il bogle si rifece vivo per prendersi quello che era stato pattuito. \n\u003Cbr\u003E«Le cime a me e le radici a te, quest’anno. Questi erano i nostri accordi, vero?» disse Jack. \n\u003Cbr\u003E«Sicuro» assentì il bogie. \n\u003Cbr\u003E«Allora dovresti provvedere a portarti via le radici e le stoppie», gli disse Jack. \n\u003Cbr\u003E«Le spighe le ho raccolte la scorsa settimana». \n\u003Cbr\u003EE fu così che il bogie dovette ingoiare amaro per la seconda volta consecutiva. \n\u003Cbr\u003E«L’anno prossimo» disse a Jack, «seminerai il mio campo a grano e ci dividiamo la parte che esce dal terreno». \n\u003Cbr\u003E«Affare fatto», gli rispose Jack, «a patto che tu mi dia una mano nella mietitura». \n\u003Cbr\u003EIl bogle pensò che sarebbe stato un buon modo per assicurarsi di non venire giocato per la terza volta, e acconsentì. \n\u003Cbr\u003EE quando tornò il tempo della mietitura, il bogie ricomparve per prendere accordi con Jack sul modo di procedere. \n\u003Cbr\u003E«Faremo una gara», disse l’astuto bogle che era fiero della propria abilità con il falcetto e la falce. \n\u003Cbr\u003E«Mieteremo metà del campo a testa, e chi finirà prima si prenderà anche l’altra parte!» \n\u003Cbr\u003EJack guardò l’omiciattolo e decise di stare al suo gioco. \n\u003Cbr\u003E«Ci sarà un bel po' di fatica da fare» disse il fattore. \n\u003Cbr\u003E«Il campo sarà pieno di radici ed erbacce. Quale parte del campo vuoi falciare?» \n\u003Cbr\u003E«Quella più lontana mi sta bene», disse il bogie. «Le erbacce non mi fanno né caldo né freddo. Uso la falce dal tempo in cui quelli come te strisciavano tra le erbe come ramarri». \n\u003Cbr\u003ECosì i due stabilirono il giorno della gara. Ma Jack andò dal fabbro del villaggio e gli ordinò un gran numero di sottili verghe d’acciaio, che piantò nel terreno in mezzo ai robusti steli del grano che crescevano nella metà più lontana del campo. \n\u003Cbr\u003EQuando venne il giorno stabilito per la mietitura, Jack vide da lontano la tozza figura del bogle, con le sue gambe corte e le sue forti braccia, che avanzava verso di lui portando sulla spalla una falce molto antica. Jack gli si fece contro, portando la sua falce nello stesso modo. Poi i due affilarono con cura le lame, perché potessero tagliere nel modo migliore, si diedero una voce e iniziarono la gara. \n\u003Cbr\u003EJack piegò la schiena e cominciò a darci dentro di gran lena, con un movimento ampio e cadenzato che rivelava tutta la sua esperienza in quel lavoro. \n\u003Cbr\u003EPoco oltre, nella metà più lontana del campo, anche il piccolo bogie aveva iniziato a falciare con non minore energia, passando la lama affilatissima della sua falce tra gli steli del grano. Le spighe dorate caddero a terra in gran quantità, fino a che la lama del bogle incontrò una delle verghe d’acciaio, poi un’altra, e un’altra ancora. Ogni volta che ne colpiva una, il colpo gli faceva saltare verso l’alto la lama della falce, ma il bogle pensò che dovesse trattarsi delle vecchie e coriacee radici della romice. \n\u003Cbr\u003E«Queste erbacce sono maledettamente dure!» disse il bogle. «Dannatamente dure! Dannatamente dure!» E ogni volta che la sua falce incontrava una verga d’acciaio questa smussava il filo della sua lama fino a ridurla in una tale stato che un pezzo di legno avrebbe tagliato ben di più. E quando la lama perse il filo al punto che non avrebbe più potuto tagliare nemmeno del burro, il bogle raddrizzò la schiena e gettò lo sguardo sull’altra metà del campo, dove Jack stava procedendo con la velocità del fuoco quando divora le stoppie. \n\u003Cbr\u003E«Ehi, compare!» gli gridò il bogle. «Quando ci fermiamo per un po' di uiff-uaff?» Con queste parole intendeva dire: “Quando ci fermiamo per affilare le falci?” \n«Uiff-uaff?» disse Jack, fingendosi sorpreso. «Bè, tra circa quattro ore, intorno a mezzogiorno», rispose al bogle, e tornò a piegarsi sul suo lavoro. Ma il bogle guardò la lama della sua falce, priva di filo e piena di intaccature, e capì che per quello che lo riguardava la gara finiva lì. 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Poco tempo dopo il bogle ritornò per reclamare la sua parte di quell’anno. «Vediamo», disse Jack. «Se ben ricordo eravamo rimasti d’accordo che tu avresti tenuto le cime e io le radici». «Proprio così» rispose il bogle. «Ah! Bene, troverai appena dietro allo steccato un gran bel mucchio di cime di rapa, pronte per te» disse allora Jack. Così il bogle si rese conto di aver avuto la peggio in quell’affare, e non ne fu per niente contento. «Come restiamo d’accordo per l’anno prossimo?» ringhiò il bogle facendo scrocchiare a una a una le nocche delle dita. «Dimmelo tu», rispose Jack. «Cosa vuoi tenere per te, le cime o le radici?» «Le radici», disse allora il bogle. «L’anno prossimo tu avrai le cime e io terrò le radici». «Come preferisci» replicò Jack. «Per me fa lo stesso». E quando venne l’autunno egli arò nuovamente il campo e seminò l’orzo. E quello crebbe così abbondante da riempire di gioia gli occhi del fattore. 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E quando tornò il tempo della mietitura, il bogle ricomparve per prendere accordi con Jack sul modo di procedere. «Faremo una gara», disse l’astuto bogle che era fiero della propria abilità con il falcetto e la falce. «Mieteremo metà del campo a testa, e chi finirà prima si prenderà anche l’altra parte!» Jack guardò l’omiciattolo e decise di stare al suo gioco. «Ci sarà un bel po' di fatica da fare» disse il fattore. «Il campo sarà pieno di radici ed erbacce. Quale parte del campo vuoi falciare?» «Quella più lontana mi sta bene», disse il bogle. «Le erbacce non mi fanno né caldo né freddo. Uso la falce dal tempo in cui quelli come te strisciavano tra le erbe come ramarri». Così i due stabilirono il giorno della gara. Ma Jack andò dal fabbro del villaggio e gli ordinò un gran numero di sottili verghe d’acciaio, che piantò nel terreno in mezzo ai robusti steli del grano che crescevano nella metà più lontana del campo. Quando venne il giorno stabilito per la mietitura, Jack vide da lontano la tozza figura del bogle, con le sue gambe corte e le sue forti braccia, che avanzava verso di lui portando sulla spalla una falce molto antica. Jack gli si fece contro, portando la sua falce nello stesso modo. Poi i due affilarono con cura le lame, perché potessero tagliere nel modo migliore, si diedero una voce e iniziarono la gara. Jack piegò la schiena e cominciò a darci dentro di gran lena, con un movimento ampio e cadenzato che rivelava tutta la sua esperienza in quel lavoro. Poco oltre, nella metà più lontana del campo, anche il piccolo bogle aveva iniziato a falciare con non minore energia, passando la lama affilatissima della sua falce tra gli steli del grano. Le spighe dorate caddero a terra in gran quantità, fino a che la lama del bogle incontrò una delle verghe d’acciaio, poi un’altra, e un’altra ancora. Ogni volta che ne colpiva una, il colpo gli faceva saltare verso l’alto la lama della falce, ma il bogle pensò che dovesse trattarsi delle vecchie e coriacee radici della romice. «Queste erbacce sono maledettamente dure!» disse il bogle. «Dannatamente dure! Dannatamente dure!» E ogni volta che la sua falce incontrava una verga d’acciaio questa smussava il filo della sua lama fino a ridurla in una tale stato che un pezzo di legno avrebbe tagliato ben di più. E quando la lama perse il filo al punto che non avrebbe più potuto tagliare nemmeno del burro, il bogle raddrizzò la schiena e gettò lo sguardo sull’altra metà del campo, dove Jack stava procedendo con la velocità del fuoco quando divora le stoppie. «Ehi, compare!» gli gridò il bogle. «Quando ci fermiamo per un po' di uiff-uaff?» Con queste parole intendeva dire: “Quando ci fermiamo per affilare le falci?” «Uiff-uaff?» disse Jack, fingendosi sorpreso. «Bè, tra circa quattro ore, intorno a mezzogiorno», rispose al bogle, e tornò a piegarsi sul suo lavoro. Ma il bogle guardò la lama della sua falce, priva di filo e piena di intaccature, e capì che per quello che lo riguardava la gara finiva lì. Così si rimise la falce in spalla e sgattaiolò fuori dal campo, e Jack non lo rivide mai più. Questo, almeno, è ciò che la storia racconta."
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"La storia di Kate e Anne": {
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"_testo": "C’erano una volta un re e una regina, come ve n’erano molto tempo fa in quasi tutte le parti del mondo. Il re aveva una figlia, Anne, e anche la regina aveva una figlia, Kate, ma Anne era molto più bella della figlia della regina, per quanto non vi fosse alcuna rivalità tra le due ragazze, che si amavano come vere sorelle. La regina, però, era invidiosa del fatto che la figlia del re fosse più bella della sua, così decise di fare il possibile per toglierle la sua bellezza. Si fece consigliare dalla guardiana del pollaio, che le suggerì di mandarle la ragazza, la mattina seguente, badando di tenerla a digiuno. Il giorno dopo, di buon’ora, la regina disse ad Anne: «Vai, mia cara, dalla guardiana del pollaio che vive nella valle, e chiedile delle uova». Così Anne si mise in cammino, ma mentre passava dalla cucina vide sulla tavola una crosta di pane che prese e portò con sé, sgranocchiandola un po' per volta mentre camminava. Quando arrivò alla casa della guardiana del pollaio le chiese le uova, come le era stato detto di fare; la vecchia allora le disse: «Solleva il coperchio di quel pentolone laggiù e guarda nel suo interno». La ragazza fece quello che la donna le aveva detto, ma non accade niente. «Torna a casa da chi ti ha mandato e dille di stare più attenta a tenere chiusa la porta della dispensa», disse la guardiana del pollaio. Così Anne tornò a casa dalla regina e le riferì le parole dette dalla vecchia, che le fecero capire che la ragazza era riuscita a mangiare qualcosa prima di arrivare a destinazione. La mattina seguente non la perse d’occhio e la spedì nuovamente a prendere uova badando che non potesse in alcun modo mangiare nemmeno un tozzo di pane. Ma lungo la strada la principessa vide alcuni contadini che raccoglievano piselli che avevano coltivato, ed essendo di carattere affabile si intrattenne a parlare con loro, accettando una manciata di piselli che poi mangiucchiò mentre camminava. Quando arrivò alla casa della guardiana del pollaio, questa le disse: «Solleva il coperchio del pentolone e guarda nel suo interno». Anne sollevò il coperchio e sbirciò nella pentola, ma anche questa volta non accadde nulla. La vecchia si adirò moltissimo e disse ad Anne: «Di’ a chi ti ha mandato che l’acqua non può bollire se non c’è il fuoco». Anche questa volta Anne riferì alla matrigna le parole della vecchia, e così il terzo giorno la regina decise di accompagnare lei stessa la ragazza, per assicurarsi che tutto andasse nel modo previsto. Questa volta, quando Anne sollevò il coperchio del pentolone il suo bel viso si trasformò in un istante nel muso di una pecora. Ora la malvagità della regina era stata soddisfatta, e la perfida donna tornò raggiante al castello. Ma Kate, la sua figliola, si addolorò sinceramente della sorte toccata alla sventurata sorella. Prese un drappo di tessuto finemente ricamato e lo avvolse intorno alla testa della ragazza, poi entrambe, mano nella mano, lasciarono la casa della crudele regina per tentare la sorte nel mondo. E camminarono, camminarono e camminarono fino a che arrivarono a un castello. Kate bussò alla porta e chiese ospitalità per la notte per sé e la sorella malata. Quando vennero fatte entrare, le dure ragazze scoprirono che quel castello era la dimora di un re che aveva due figli, uno dei quali stava morendo senza che nessuno sapesse trovare una cura per salvarlo. E la cosa curiosa era che chiunque passasse la notte vegliando su di lui, spariva per sempre. Così il re aveva promesso un forziere pieno d’argento a chi avesse avuto il coraggio di trascorrere la notte accanto al letto del figlio. Kate, che era una ragazza molto coraggiosa, si offerse di restare con il principe. Fino alla mezzanotte tutto andò bene, ma all’ultimo rintocco della campana il principe ammalato si alzò dal letto, si vestì di tutto punto e scivolò giù per le scale senza far rumore. Kate lo seguì, me egli non sembrò notare la sua presenza. Il principe andò nella stalla, sellò il suo cavallo, chiamò il suo cane e balzò in sella, e Kate fece appena in tempo a saltare sulla groppa del cavallo, dietro a lui. Il cavallo galoppò via di gran carriera, portando con sé il principe e Kate verso il folto del bosco. Mentre procedevano fra gli alberi, Kate coglieva nocciole dai rami che riusciva a raggiungere e se ne riempì le tasche del grembiule. La galoppata proseguì fino a quando giunsero ai piedi di una collina ricoperta di erbe verdi. Qui il principe tirò a sé le redini e pronunciò queste parole. «Apriti, apriti verde collina, e lascia entrare il giovane principe con il suo cavallo e il suo cane». Kate, senza por tempo in mezzo, aggiunse: «… e la sua dama». Immediatamente la collina si aprì per lasciarli passare. Il principe fece il suo ingresso in una magnifica sala vivacemente illuminata, e molte splendide fate lo circondarono per invitarlo a ballare. Nel frattempo Kate, senza che alcuno la notasse, era riuscita a nascondersi dietro la porta della sala. Di là vide il principe danzare, danzare e danzare fino a che fu vinto dalla stanchezza si abbatté esausto su un divano. Allora le fate gli si raccolsero intorno con tanti piccoli ventagli, rinfrescandolo fino a che poté alzarsi nuovamente per tornare a danzare. A un certo punto il gallo cantò, e il principe si affrettò a rimontare a cavallo; Kate salì nuovamente dietro di lui e i due tornarono al castello. Al sorgere del sole, gli inservienti del principe entrarono nella sua camera e trovarono Kate seduta davanti al fuoco che schiacciava le nocciole raccolte nel bosco. 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Così Kate fece rotolare alcune nocciole fino ai piedi del bimbo della fata e continuò a far rotolare a terra una nocciola dopo l’altra fino a che il bimbo si mise a rincorrerle, lasciando cadere la bacchetta magica che Kate raccolse e nascose nel suo grembiule. E al cantare del gallo Kate e il principe ritornarono al castello, come la notte precedente, e appena furono arrivati Kate corse nella camera della sorella e la toccò tre volte con la bacchetta; in men che non si dica il muso di pecora era svanito e al suo posto era tornato lo splendido viso che Anne aveva sempre avuto. La terza notte Kate acconsentì a stare con il principe solo a patto di poterlo sposare. E tutto accadde come nelle due notti precedenti, ma questa volta il bimbo della fata stava giocando con una pernice, e Kate poté udire una delle fate dire queste parole: «Tre bocconi di quella pernice farebbero tornare il principe più sano di prima». Kate fece rotolare davanti al bimbo della fata tutte le nocciole che aveva, fino a che riuscì a fargli abbandonare la pernice, che prese e nascose nella tasca del grembiule. Al cantare del gallo, come le altre volte, il principe e la ragazza lasciarono la collina, ma questa volta, invece di schiacciare le nocciole come era solita fare, Kate prese la pernice, la spennò e la cucino. Ben presto dalla cucina salì verso la camera del principe un profumino delizioso. «Oh!» disse il principe steso nel suo letto. «Quanto vorrei poter assaggiare di questa cacciagione!» Così Kate gli diede un boccone di pernice e il principe si sollevò un poco dal letto appoggiandosi su un gomito. Subito dopo esclamò: «Oh! Se potessi avere un altro boccone di questo cibo!» Kate gli diede un altro pezzetto della pernice che aveva cucinato per lui, ed egli si mise a sedere sul letto. Poi disse: «Oh! Vorrei proprio poter mangiare un altro po' di questo piatto squisito!». Allora Kate gli diede il terzo boccone di pernice e il principe si alzò subito dal letto, completamente guarito e nel pieno delle forze, si vestì e andò a sedersi vicino a Kate, accanto al focolare. La mattina dopo, quando gli inservienti del principe entrarono nella camera trovarono Kate e il principe tutti intenti a schiacciare nocciole, con gli occhi negli occhi. Nel frattempo, il fratello del principe aveva conosciuto Anne e se ne era innamorato, come del resto accadeva a chiunque vedesse il suo dolce, splendido viso. Così, il principe che era stato ammalato sposò Kate, mentre suo fratello si ammalò d’amore e prese in moglie Anne che, arrivata al castello con un muso di pecora, ne uscì con un velo da sposa."
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"Tom Hickathrift": {
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"_testo": "In un epoca precedente a quella di Guglielmo il Conquistatore viveva nelle paludi dell’isola di Ely un uomo il cui nome era Thomas Hickathrift. Tom non era che un povero manovale, ma era così forte che poteva fare due giorni di lavoro in uno. Egli chiamò con il suo stesso nome, Thomas Hickathrift, il suo unico figlio, e cercò di impartirgli i suoi migliori insegnamenti. Il ragazzo però sembrava non avere grande talento; pareva anzi che fosse un po' tardo e per questo motivo non trasse gran giovamento dagli insegnamenti ricevuti. Il padre di Tom morì e la madre, che aveva un debole per lui, lo mantenne nel modo migliore che si poteva permettere. Il pigrone non faceva altro che stare seduto di fianco al camino, mangiando una quantità di cibo che sarebbe bastata a nutrire non uno ma quattro uomini, e la sua mano era grande come una spalla di montone. Un giorno la madre si recò da un ricco fattore a chiedere la carità di un fascio di paglia per sé e per il figlio. «Prendi ciò che vuoi», le disse il fattore, che era un uomo onesto e caritatevole. Così, quando la donna tornò a casa, chiese al figlio di andare a ritirare la paglia, ma egli si rifiutò e continuò a farlo fino a quando la madre gli prestò una grossa fune. Allora il ragazzo si incamminò, e quando giunse alla casa del fattore vide che il padrone si trovava insieme ai suoi lavoranti nel fienile, dove si stava trebbiando il grano. «Sono venuto per la paglia», disse Tom. «Prendine quanta ne puoi portare» gli rispose il fattore. Tom stese a terra la sua fune e iniziò ad accumulare la paglia. «La tua fune è troppo corta», disse scherzando il fattore. Ma lo scherzo si rivelò tutto a favore di Tom, perché quando completò il carico si vide che aveva raccolto una balla di paglia che pesava quanto un bue, e anche se tutto lo schernivano, pensando che non avrebbe mai potuto portare un simile peso, egli se lo caricò in spalla come se niente fosse, suscitando in tutti una grande ammirazione. Da quel momento in poi tutti seppero della grande forza di Tom e per lui non fu più possibile oziare accanto al focolare. Non c’era nessuno che non lo chiamasse per qualche lavoro, dicendogli che era una vergogna spendere la propria vita nell’inerzia. Così Tom, vedendo che tutti sembravano contare su di lui, lavorò un po' con l’uno e un po' con l’altro, fino a che, un giorno, un boscaiolo chiese il suo aiuto per portare a casa un tronco che aveva abbattuto. Tom e quattro altri uomini si misero in cammino e quando arrivarono nel luogo dove si trovava l’albero cercarono di issarlo su un carro usando delle carrucole. Tom era rimasto a guardare, e vedendo che i quattro uomini non riuscivano a sollevare il tronco disse loro: «Levatevi di torno, buoni a nulla». Dopo aver afferrato l’albero lo appoggiò a terra a una estremità, per poi adagiarlo sul carro senza alcuno sforzo. «Bene», disse rivolto agli altri. «Ecco quello che un vero uomo può fare». «Per tutti i diavoli», esclamarono gli altri, «hai proprio ragione!» Allora il boscaiolo gli chiese che ricompensa voleva in cambio all’aiuto prestato. «Prenderò solo un ciocco da portare a mia madre per farci il fuoco», disse Tom e dopo aver afferrato un tronco più grande di quello che aveva sollevato per il boscaiolo se lo mise in spalla e tornò verso casa alla velocità di un carro trainato da sei cavalli. Dal momento in cui si rese conto di possedere la forza di venti uomini, Tom iniziò a spassarsela un modo, trascorrendo molto tempo in compagnia, recandosi a fiere e raduni e partecipando a giochi e gare. Nella lotta con il bastone, nel pugilato o nel lancio del martello nessuno poteva batterlo, tanto che dopo qualche tempo la voce si sparse e nessuno più osava confrontarsi con lui; e fu così che nella regione la sua fama si sparse ancora di più. Tom non mancava di partecipare a ogni tipo di competizione, fra l’altro anche alle partite di pallone. Un giorno si trovava in una regione del Paese nella quale non era mai stato; nessuno lo conosceva ed egli si fermò a osservare un gruppo di amici che stavano giocando a pallone con grande abilità. Ma Tom rovinò loro il divertimento, perché quando ebbe modo di toccare la palla le diede un calcio così forte che sparì dalla loro vista e nessuno poté più ritrovarla. Come potrete immaginare tutti si infuriarono con Tom, ma ciò non fu loro di grande utilità, perché egli raccolse un grande bastone e lo fece roteare intorno a sé con determinazione; in breve, tutta la gente del luogo insorse in armi contro di lui, ma Tom si fece largo menando gran colpi a destra e a manca. Fu solo a tarda sera che egli poté iniziare il viaggio di ritorno verso casa. Lungo la strada incontrò quattro feroci briganti che avevano trascorso l’intera giornata a derubare passanti. Vedendolo da solo, i quattro pensarono di poter avere facilmente la meglio su Tom e di mettere le grinfie sui suoi soldi. «Resta dove sei e dacci tutto!» dissero i briganti. «Che cosa dovrei darvi?» disse Tom. «I tuoi soldi, bel damerino!» risposero quelli. «Dovrete essere più convincenti, se proprio li volete» disse allora Tom. «Avanti, avanti, poche storie; vogliamo i soldi e li avremo prima ancora che tu riesca a muovere un muscolo». «Ah, è così che la mettete?» ribatté Tom. «La vedremo. Se volete i soldi, veniteli a prendere». Per farla breve, in men che non si dica, Tom aveva ucciso due briganti e storpiato gli altri due, dopodiché si prese tutti i loro soldi, che erano ben duecento sovrane. E quando arrivò a casa fece fare un sacco di risate alla madre raccontandole come aveva ridotto i giocatori di pallone e i quattro ladroni. Ma, come potete vedere, a volte anche Tom trovava qualcuno in grado di tenergli testa. Un giorno, mentre vagabondava in una foresta, incontrò uno stagnino; era un uomo grande e grosso, che camminava tenendo un lungo bastone sulle spalle, mentre un grande cane gli portava la borsa e gli arnesi del mestiere. «Da dove vieni e dove stai andando?» gli chiese Tom. «Questa non è la strada maestra». «E a te cosa importa?» gli chiese lo stagnino. «Sono gli sciocchi a non badare agli affari propri». «Ti farò vedere io cosa mi importa, e ben prima che ci si separi», ribatté Tom. «Bene», disse lo stagnino, «sono sempre pronto a un incontro di lotta con chiunque, e ho sentito dire che in questa regione c’è un certo Tom Hickathrift del quale si raccontano grandi cose. Mi piacerebbe proprio incontrarlo per vedere chi è il più forte di noi due». «Già» disse Tom, «ma io penso che potrebbe dartele di santa ragione. Comunque, l’uomo che cerchi sono io; e ora dimmi ciò che hai da dirmi». «Bè, se tu sei Tom sono davvero contento di averti incontrato». «Stai forse cercando di prenderti gioco di me?» disse Tom. «No, accidenti, dico sul serio» gli rispose lo stagnino. «Vuoi batterti con me?» «Sicuro!» «Lasciami prima prendere qualcosa da usare come bastone», disse allora Tom. «Certo» rispose lo stagnino. «Sia impiccato chi affronta un uomo disarmato!» Così Tom staccò un paletto da una staccionata e si preparò a combattere. Lo stagnino cominciò a far grandinare i suoi colpi su Tom e Tom lo ricambiò con la stessa moneta. Sembravano due giganti presi in una lotta mortale. Lo stagnino indossava un pastrano di cuoio, e a ogni colpo che Tom gli dava esso emettevano un rumore sordo, come di tuoni lontani, ma lo stagnino non cedeva nemmeno di un pollice. Alla fine Tom gli sferrò sulla testa un colpo che lo fece stramazzare a terra. «Bene, stagnino, ne hai avuto abbastanza?» disse Tom. Ma lo stagnino, che era una gran tempra d’uomo, balzò su di nuovo e diede a Tom una botta che lo fece barcollare come fosse ubriaco, e a questo colpo ne fece subito seguire un altro, dall’altro lato, tanto forte che il collo di Tom scricchiolò come se stesse per spezzarsi. Così Tom getto a terra la sua arma e la diede vinta allo stagnino, poi lo condusse a casa, dove entrambi poterono curarsi le ferite, e da quel giorno in poi i due diventarono amici per la pelle. La fama di Tom continuò a fare il giro del mondo, finché un giorno un birrario di Lynn, che cercava un uomo robusto per affidargli l’incarico di trasportare la sua birra fino a Wisbeach, lo ingaggiò promettendogli di rivestirlo di nuovo da capo a piedi e di farlo ben mangiare e ben bere. Tom accettò di lavorare per lui, e il suo nuovo padrone gli insegnò la strada da seguire, perché dovete sapere che una parte dei terreni paludosi vicino a Lynn era gelosamente custodita da un mostruoso gigante e nessuno si azzardava a passare per quelle strade. Così Tom guidava ogni giorno il carro della birra fino a Wisbeach, facendo ogni volta più di venti miglia di cammino. Era un viaggio lungo e faticoso, pensò Tom, il quale ben presto scoprì che la strada sorvegliata dal gigante era molto più breve di quella che era solito percorrere. Da quando aveva preso a lavorare per il birraio la sua forza era ancora cresciuta, grazie ai buoni cibi con i quali si nutriva e alla gran quantità di birra forte che tracannava, e così, mentre un giorno stava viaggiando in direzione di Wisbeach, senza dire niente al padrone o ai suoi compagni di lavoro decise di prendere la strada più breve, anche a costo di rischiare la vita. Quando arrivò all’inizio della strada, che era chiusa da un cancello di legno, scese a terra per spalancarlo in modo da permettere al carro e ai cavalli di passare. Ben presto il gigante lo vide e corse verso di lui con il proposito di ucciderlo e tenere per sé la birra che trasportava. Il gigante si parò davanti a Tom come un leone deciso a ingoiarlo in un boccone. «Chi ti ha dato il permesso di passare da questa strada?» ruggì. «Farò di te un esempio per tutti gli scriteriati senza cervello di questo mondo. Guarda quelle teste che pendono da quell’albero laggiù. La tua penzolerà presto dal ramo più alto, come avvertimento». Ma Tom non fece attendere la sua risposta. «Me ne infischio delle tue minacce, furfante; non farai a me quello che fatto a loro, stai ben certo!» Il gigante si infuriò moltissimo a queste parole e corse alla caverna dove abitava per prendere la sua grande clava e far schizzare con un sol colpo il cervello fuori dalla testa di Tom. Tom non sapeva cosa usare come arma; la sua frusta sarebbe servita a ben poco contro quella bestia mostruosa alta dodici piedi e larga sei. Ma mentre il gigante andava a prendere la clava a Tom venne in mente qualcosa che avrebbe potuto servirgli, e senza por tempo in mezzo rovesciò il carro e smontò l’asse delle ruote, che impugnò come una mazza, poi prese una ruota che usò al posto dello scudo. E queste armi improvvisate fecero davvero miracoli! Ben presto il gigante tornò e si mise a guatare Tom con uno sguardo feroce. «Quelle tue armi non ti saranno di grande aiuto» ruggì il mostro. «Ho qui un fuscello che schianterà al suolo te e la tua ruota». Il fuscello del quale parlava era in realtà grosso e spesso come un palo. Ma Tom non si lasciò intimidire, anche se il gigante gli tirò un colpo così forte che la ruota rischiò di fracassarsi, e dopo averle prese si mise a restituirle, assestando una gran botta sul lato della testa del gigante, che incominciò a barcollare. «Cosa?» disse Tom. «La mia birra forte ti ha già fatto ubriacare?» I due continuarono a battersi con tutte le loro forze; Tom colpì con una serie di pesanti mazzate il gigante, sul cui viso iniziarono a scendere insieme sangue e sudore, finché l’enorme mostro, intronato dai colpi e fiaccato dalla lotta, chiese a Tom se poteva fermarsi un momento per lasciarlo bere. «Scordatelo» gli rispose Tom. «Mia madre non mi ha certo insegnato a farmi giocare in questo modo. Se acconsentissi sarei proprio uno sciocco». Vedendo che il gigante iniziava a essere stremato e a vacillare sotto i suoi colpi, Tom pensò che fosse meglio battere il ferro finché era caldo, e continuando a colpire il mostro all’impazzata riuscì ben presto a farlo crollare a terra. Il gigante era vinto: a niente gli valse ruggire e pregare e promettere a Tom che si sarebbe arreso e sarebbe stato il suo servo. Tom proseguì a colpirlo finché lo uccise, poi, dopo avergli tagliato la testa, si diresse alla caverna dove quello aveva la sua tana e vi trovò una gran quantità di oggetti d’argento e d’oro, alla cui vista il suo cuore ebbe un sobbalzo. Così egli riempì il carro di quel tesoro, e dopo aver consegnato la birra a Wisbeach tornò verso Lynn dove raccontò al suo padrone ciò che gli era capitato. La mattina seguente Tom, insieme al birraio e ad altri paesani di Lynn, tornò alla caverna del gigante, dove mostrò loro la testa recisa e l’argento e l’oro che ancora vi si trovavano. A quella vista non ci fu un uomo che non facesse grandi salti dalla gioia, perché il gigante aveva terrorizzato per molti anni tutto il circondario. La notizia che il gigante era stato ucciso da Tom Hickathrift fece ben presto il giro della regione. Tutti corsero a vedere la caverna e i paesani accesero molti falò per festeggiare l’avvenimento. Se già prima di allora Tom aveva avuto l’ammirazione e il rispetto di tutti per la sua forza, da quel momento in poi egli fu ancora più stimato. Con il consenso di tutti prese possesso della caverna con tutto ciò che conteneva, e più d’uno disse che se anche il tesoro fosse stato due volte più ricco egli l’avrebbe comunque ben meritato. Così Tom demolì la caverna e si costruì una bella casa. I terreni che il gigante aveva tenuto per sé con la forza furono in parte donati da Tom ai poveri, perché fossero di proprietà comune e in parte trasformati in magnifici campi di grano con i quali poté mantenere se stesso e la vecchia madre, Jane Hickathrift. Ora Tom era diventato l’uomo più importante della regione; la gente non lo chiamava più semplicemente Tom, ma “il signor Hickathrift”, e vi assicuro che tutto gli mostrarono il dovuto rispetto. Egli tenne alle sue dipendenze molti serventi e cameriere e condusse una esistenza agiata; fece un gran parco per i cervi e trascorse piacevolmente, nella grande casa che si era costruito, una lunga vita serena."
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"Caino e la Luna": {
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"_testo": "\u003Cpoem\u003E\nQuando [[Caino]] ebbe ammazzato il fratello, fu maledetto da Dio a errare per il mondo e non poté vedere più il sole, che gli appariva come l'occhio del Signore che scruta ogni angolo della terra. Prese così a camminare di notte avendo per compagni solo cani randagi e nascondendosi nelle ore della luce dentro le caverne e nel fondo delle foreste come un animale.\n\u003Cbr\u003EA poco a poco cominciò a essere ossessionato anche dalla luna che gli parve un altro occhio che si apriva piano piano nelle notti divenendo sempre più grande, fino a splendere spaventoso per tornare poi a chiudersi. \n\u003Cbr\u003ECercò così di non guardarlo andando per le selve: ma anche là l'occhio traspariva, ora tra le fronde, ora dalle macchie, come se vi fosse appostato.\n\u003Cbr\u003EAllora Caino prese a camminare solo nelle tre notti di luna nuova, in quelle nuvolose e durante gli uragani e le tempeste.\n\u003Cbr\u003EQuando non ne poté più di quella maledizione, ricordandosi del suo antico mestiere di contadino, passando una notte per l'aia, rubò un forcone e una roncola e tagliò nel bosco un fascio enorme di rovi che infilò nella forca e salì in cielo.\n\u003Cbr\u003EQuando arrivò la luna piena, Caino vi si gettò contro con il fascio di rovi, ma la luna lo inghiottì per sempre. E anche oggi, chi guarda bene vede ancora lassù, nelle macchie lunari, Caino con i rovi e il forcone. Chi non lo vede ascolti i suoi amici [[cani]] randagi che, nelle notti di luna piena, abbaiano mostrando i denti e chiamandolo: «Caì ... Caì ... noo».\n\u003C/poem\u003E",
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"gruppo": "La Verità Viene alla Luce (780-799)",
"numero": "ATU 780 — L'osso cantante",
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"I due bimbi verdidi Woolpit": {
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"_testo": "La tradizione afferma che il nome del villaggio di Woolpit, nel Suffolk, sarebbe una corruzione di Wolfpit. Un certo numero di antichi fossati, in prossimità del paese, erano in effetti chiamati Wolf Pits, cioè Trappole dei Lupi. Si pensa che nel Medioevo e nelle epoche precedenti i lupi fossero comuni nell’East Anglia (come in altri parti dell’Inghilterra) e che la funzione di quei fossati fosse effettivamente quella indicata dal loro nome. Un giorno, alcuni braccianti che lavoravano in un campo fuori Woolpit stavano mietendo il grano, quando con loro grande sorpresa videro venire fuori dai Wolf Pits una coppia di strani bambini. Da lontano sembravano un maschio e una femmina, ma il loro aspetto era tanto singolare che i contadini deposero le falci e corsero a osservarli più da vicino. Poterono così notare che la loro pelle, ovunque fosse visibile e non fosse completamente coperta da vestiti fatti con un materiale completamente sconosciuto ai contadini, era di un verde brillante. Mani, visi, corpi erano tutti dello stesso colore verde acceso. I bambini erano silenziosi e sembravano molto infelici, ma alla fine della giornata di lavoro permisero ai braccianti di condurli con sé al villaggio. L’onesta e ospitale gente del paese dimostrò grande interesse e molta simpatia per la strana coppia di creature, e in un breve tempo venne loro trovata una casa. Nei loro ospiti, però, crebbe presto l’apprensione, perché non erano in grado di trovare cibo che sembrasse soddisfare il loro palato. Infatti, per un lungo periodo i due bimbi si sostentarono con una dieta fatta unicamente di fagioli. Ma poco alla volta si arrischiarono ad assaggiare altri cibi, e quando iniziarono a mangiare seguendo la comune dieta della gente di campagna, la loro pelle gradualmente perse il colore verde e il loro aspetto prese a somigliare in tutto a quello dei normali bambini. All’inizio non v’era modo di interrogarli per sapere chi (o che cosa) fossero, perché non parlavano nemmeno una parola di inglese o di qualunque altra lingua conosciuta. Ma grazie alla duttilità che è una qualità comune dei bambini, e alla loro attitudine all’apprendimento delle lingue in giovane età, le due creature impararono a utilizzare le parole che sentivano pronunciare, un po' qua e un po' là, fino a che furono in grado di conversare con i loro ospiti, e raccontarono una storia molto strana. Venivano, così dissero, dalla “Terra di San Martino”, ma per quante domande si facessero loro non vi fu modo di carpire dove questa si trovasse. Era una terra cristiana, nella quale vi era un gran numero di chiese. Un grande fiume la separava da una regione confinante; dal loro lato del fiume non potevano mai vedere la luce del sole e vivevano quindi in una sorta di perpetuo crepuscolo, mentre i loro vicini, sull’altra sponda del fiume, erano sempre al sole. Durante la loro vita in quella terra avevano passato la maggior parte del tempo badando alle pecore del padre, ed era stato mentre svolgevano questa mansione che avevano sentito un gran rumore, «come quello delle campane di S. Edmundsbury». Questo li aveva talmente frastornati che avevano perso conoscenza, e quando erano tornati in sé si erano ritrovati nei Wolf Pits e avevano visto i mietitori raccolti intorno a loro. Con il passare del tempo i due si sistemarono definitivamente a Woolpit e condussero una vita normale; ma il ragazzo si ammalò e morì prima della maturità. La bimba, invece, crebbe fino a diventare una splendida ragazza e sposò un uomo di Lynn, dopodiché sembra che il pubblico interesse nei loro confronti si sia assopito completamente, perché non se ne hanno altre notizie."
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"Nuovo racconto senza titolo": {
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"Iktomi e le anatre": {
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"origine": "Dakota",
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"Trickster"
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"_regione_extra": "North Dakota, South Dakota",
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"_testo": "\u003Cpoem\u003E\nUn giorno [[Iktomi]] si sedette affamato nel suo wigwam. Improvvisamente si precipitò fuori, trascinando con sé la sua coperta. Stendendola rapidamente a terra, strappò con entrambe le mani dell'erba alta e secca e la gettò velocemente nella coperta.\nFissando tutti e quattro gli angoli con un nodo, gettò il leggero fascio d'erba sopra la spalla.\nAfferrando un esile bastone di salice con la mano sinistra libera, partì con un balzo. Da un lato all'altro fece rimbalzare il fagotto sulla schiena, mentre correva a piedi leggeri sul terreno sconnesso. Ben presto giunse al limite del grande terreno pianeggiante. Sulla cima della collina si fermò per riprendere fiato. Con un malizioso schiocco delle labbra secche e aride, come se stesse assaggiando della carne tenera, guardò dritto nel vuoto verso il fondo paludoso del fiume. Con il palmo si copriva gli occhi dal sole occidentale e scrutava lontano nella pianura,. \"Ah-ha!\" grugnì, soddisfatto di ciò che vedeva.\nUn gruppo di anatre selvatiche stava danzando e banchettando nelle paludi. Con le ali aperte, da una punta all'altra, si muovevano su e giù in un grande cerchio. All'interno del cerchio, intorno a un piccolo tamburo, sedevano i cantori prescelti, annuendo con la testa e sbattendo gli occhi.\nCantavano all'unisono un'allegra canzone di danza e battevano vivacemente sul tamburo.\nIktomi prese un sentiero e si incamminò in direzione delle anatre.\n\"Ho! Chi è là?\", esclamò una vecchia anatra curiosa, che continuava ad andare su e giù nella danza circolare.\nA questo punto i tamburini allungarono il collo fino a strozzare il loro canto per guardare lo straniero che passava.\n\"Ho, Iktomi! Vecchio mio, dicci cosa porti nella tua coperta. Non affrettarti a partire! Fermati! Fermati!\" esortò uno dei cantori.\n\"Fermati! fermati! Mostraci cosa c'è nella tua coperta!\" gridarono altre voci.\n\"Amici miei, non devo rovinarvi la danza. Oh, non vi interesserebbe vedere se solo sapeste cosa c'è nella mia coperta. Cantate! Ballate! Non devo mostrarvi ciò che porto sulla schiena\", rispose Iktomi, dandosi una gomitata sui fianchi. Questa risposta sciolse completamente il cerchio. Ora tutte le anatre si affollarono intorno a Iktomi.\n\"Dobbiamo vedere cosa porti con te! Dobbiamo sapere cosa c'è nella tua coperta!\", gli gridarono in entrambe le orecchie. Alcune sfiorarono con le loro ali il misterioso fagotto. Spingendosi di nuovo, l'astuto Iktomi disse: \"Amici miei, è solo un pacchetto di canzoni che porto nella mia coperta\".\n\"Oh, allora facci sentire le tue canzoni!\" gridarono le anatre curiose.\nAlla fine Iktomi acconsentì a cantare le sue canzoni. Con gioia tutte le anatre sbatterono le ali e gridarono insieme: \"Hoye! hoye!\".\nIktomi, con grande cura, posò il suo fagotto a terra.\n\"Costruirò prima una casa di paglia rotonda, perché non canto mai le mie canzoni all'aria aperta\", disse.\nRapidamente piegò dei bastoni di salice verde, piantando le due estremità di ogni palo nella terra. Li ricoprì fittamente con canne ed erbe. Presto la capanna di paglia fu pronta. Una dopo l'altra le grasse anatre entrarono attraverso una piccola apertura, che era l'unica via d'accesso. Accanto alla porta Iktomi si fermò sorridendo, mentre le anatre, osservando il suo fagotto di canzoni, entravano impettite nella capanna.\nCon una strana voce bassa Iktomi iniziò le sue vecchie e strane canzoni. Tutte le anatre si sedettero con gli occhi spalancati in cerchio intorno al misterioso cantante. In quella capanna di paglia c'era poca luce, perché Iktomi non aveva dimenticato di coprire il piccolo ingresso. All'improvviso il suo canto esplose a piena voce. Mentre le anatre, spaventate, si sedevano a terra, Iktomi cambiò la melodia in una tonalità minore. Queste erano le parole che cantava:\n\"Istokmus wacipo, tuwayatunwanpi kinhan ista nisasapi kta\", cioè \"Con gli occhi chiusi devi ballare. Chi osa aprire gli occhi, avrà per sempre gli occhi rossi\".\nIl cerchio di anatre sedute si alzò e, tenendo le ali strette contro i fianchi, iniziarono a danzare al ritmo del canto e del tamburo di Iktomi.\nCon gli occhi chiusi, ballavano! Iktomi smise di battere il tamburo. Cominciò a cantare più forte e più velocemente. Nessuna anatra osava sbattere le palpebre. Ognuna chiudeva gli occhi e ballava ancora più forte.\nSu e giù! Spostandosi alla loro destra, saltellavano in quella danza cieca. Era una danza difficile per i curiosi.\nAlla fine uno dei ballerini non riuscì più a chiudere gli occhi! Fu uno Skiska che sbirciò il minimo ammiccamento di Iktomi al centro del cerchio. \"Oh! oh!\" squittì terrorizzato! \"Correte! Volate! Iktomi vi sta torcendo la testa e vi sta spezzando il collo! Correte fuori e volate!\" gridò. A questo punto le anatre aprirono gli occhi. Lì, accanto al fascio di canzoni di Iktomi, giaceva metà del loro gruppo, a terra sulla schiena.\nEsse volarono fuori attraverso l'apertura che aveva fatto la prima anatra ad aprire gli occhi mentre si precipitava fuori dopo aver lanciato l'allarme.\nMa mentre si libravano in alto nel cielo blu si gridavano l'un l'altro: \"Oh! I vostri occhi sono rossi!\". \"E i tuoi sono rossi!\" \n\"Ah-ha!\" rise Iktomi, slegando i quattro angoli della sua coperta, \"non mi siederò più affamato nella mia dimora\". Si incamminò verso casa con delle belle anatre grasse nella sua coperta. Lasciò che la piccola capanna di paglia venisse abbattuta dalle piogge e dai venti.\nRaggiunto il proprio wigwam sulle alture, Iktomi accese un grande fuoco all'aperto. Piantò dei bastoni con punte affilate intorno alle fiamme che guizzavano. Su ogni palo fissò un'anatra da arrostire. Alcune le seppellì sotto la cenere per cuocerle. Rientrò nel suo wigwam e ne uscì con delle enormi conchiglie. Erano i suoi piatti. Mettendone una sotto ogni anatra arrostita, mormorò: \"Il grasso dolce che ne fuoriesce avrà un buon sapore con i petti cotti\".\nAmmucchiando altri salici sul fuoco, Iktomi si sedette a terra a gambe incrociate. Il lungo mento tra le ginocchia puntava verso le fiamme rosse, mentre gli occhi erano puntati sulle anatre che rosolavano.\nDi tanto in tanto annusava con impazienza l'odore salato.\nIl vento vivace che agitava il fuoco giocava anche con un vecchio albero cigolante accanto alla tenda di Iktomi.\nDa una parte all'altra l'albero ondeggiava e gridava con voce da vecchio: \"Aiuto! Mi romperò! Cado!\". Iktomi scrollò le grandi spalle, ma non distolse lo sguardo dalle anatre. Il gocciolare dell'olio nelle conchiglie soddisfaceva i suoi occhi affamati. Il vecchio albero chiedeva ancora aiuto. \nIktomi si alzò e si guardò intorno. Il cigolio proveniva dall'albero. Allora cominciò ad arrampicarsi sull'albero per trovare il suono sgradevole. Senza vederlo, mise il piede su un ramo spezzato. Proprio in quel momento arrivò un soffio di vento che fece pressione sui bordi rotti. Il piede di Iktomi fu afferrato da una forte mano di legno.\n\"Oh! Il mio piede è schiacciato!\", ululò come un codardo. Invano tirò e sbuffò per liberarsi.\nMentre sedeva prigioniero sull'albero, vide, attraverso le sue lacrime, un branco di lupi grigi che si aggirava per le terre pianeggianti. Agitando le mani verso di loro, chiamò a gran voce: \"Lupi grigi! Non venite qui! Sono rimasto impigliato velocemente nell'albero e il mio banchetto di anatre si sta raffreddando. Non venite a consumare il mio pasto\".\nIl capobranco, sentendo le parole di Iktomi, si rivolse ai suoi compagni e disse:\n\"Ah! Ascoltate quello sciocco! Dice che ha un banchetto di anatre da consumare! Affrettiamoci a prendere la nostra parte!\". I lupi si diressero verso la capanna di Iktomi.\nDall'albero Iktomi guardava i lupi affamati divorare le sue anatre grasse e ben rosolate. Il piede gli faceva sempre più male. Li sentiva rompere le piccole ossa rotonde con i loro forti e lunghi denti e mangiarne il midollo oleoso. Ora un forte dolore gli saliva dal piede a tutto il corpo. \"Hin-hin-hin!\" singhiozzò Iktomi. Vere e proprie lacrime solcavano le sue guance dipinte di rosso con striature marroni. Sbattendo le labbra, i lupi cominciarono a lasciare il posto, quando Iktomi gridò come un bambino imbronciato: \"Almeno avete lasciato il mio forno sotto la cenere!\".\n\"Ho! Ho!\" gridarono i lupi dispettosi; \"dice che sotto la cenere si trovano altre anatre! Venite!\".\nCorrendo di nuovo verso il fuoco spento, si misero a spulciare le anatre con una tale fretta che una nuvola di cenere si alzò come un fumo grigio sopra di loro.\n\"Hin-hin-hin!\" gemette Iktomi, quando i lupi furono scappati via. Troppo tardi, la robusta brezza tornò e, passando, staccò i bordi rotti dell'albero. Iktomi fu liberato. Ma, ahimè, non ebbe un banchetto per le anatre.\n\u003C/poem\u003E",
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"Tam Lin": {
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"_testo": "C'era una volta la figlia di un nobile, che si chiamava Janet.\nJanet aveva un carattere molto avventuroso, ed un giorno decise di uscire per andare ad esplorare una foresta cupa che si trovava vicino a casa sua.\nGirovagò a lungo, finché in una radura vide delle splendide rose selvatiche e pensò di coglierle per fare un regalo a sua madre e alle sue sorelle che non amavano andare in giro come lei.\nAveva appena colto una rosa, quando venne fuori dalla terra un giovane cavaliere, che le disse:\n- Come osi cogliere quelle rose? \nJanet gli rispose: \n-Volevo fare un regalo a mia madre e alle mie sorelle!-\nAllora il cavaliere rispose:\n- In realtà, anche se devo vegliare su questa foresta, a te regalerei qualsiasi cosa.-\nJanet gli chiese allora il suo nome e lui rispose:\n- Mi chiamo Tam Lin!-\nJanet ebbe paura, perché sapeva che apparteneva al popolo degli elfi.\nMa Tam Lin le raccontò la sua storia.\n-Io sono umano come te. Tanti anni fa, ero in questi boschi con mio zio quando fui rapito dalla Regina degli Elfi: mi sentii di colpo stanco, mi addormentai e al mio risveglio mi trovavo nel regno degli Elfi. Da allora di giorno devo fare la guardia a questa foresta, e di notte devo tornare nel regno, dove sono prigioniero della Regina. Vorrei tanto che qualcuno mi aiutasse a vincere quest'incantesimo!-\nJanet gli rispose:\n- Vorrei aiutarti, c'è un modo per farlo?-\nTam Lin allora le disse:\n- Stanotte è Halloween: il popolo degli Elfi cavalca sulla Terra. Tu vai al crocevia prima di questa foresta ed aspettami passare. Poi aggrappati a me, e qualsiasi cosa succeda non mi lasciare!-\nJanet aspettò la cavalcata degli Elfi al crocevia e quando vide Tam Lin apparire, gli si buttò addosso e lo strinse a sé.\nDi colpo Tam Lin diventò una piccolissima lucertola, poi un serpente spaventoso, poi una barra di ferro arroventato, ma niente: Janet non lo lasciava andare.\nAllora la Regina degli Elfi capì che aveva perso.\nTam Lin rimase con Janet, la sposò e vissero per sempre felici e contenti, vicini a quella foresta magica che li aveva fatti incontrare.",
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"Nuova scheda Racconto senza titolo": {
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"Frank Martin e i folletti": {
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"tipologiaracconto": "Fiabe",
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"continente": "Europa",
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"at1": "F200.1 - Folletti (piccole persone invisibili ma spesso udibili e occasionalmente catturate)",
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"_testo": "\u003Cpoem\u003E\nQuando lo vidi, Martin era un uomo magro e pallido, con un aspetto malato e una costituzione debole per natura. I suoi capelli erano di un chiaro castano ramato, la barba incolta, e le mani di una delicatezza e un candore singolari, dovuti, penso, sia al suo lavoro, di un genere facile e affatto pesante, sia alla salute cagionevole. In ogni cosa era giudizioso, assennato e ragionevole come chiunque altro, ma quando si trattava dei folletti, si mostrava di una ostinazione stranamente caparbia e irremovibile. A dire il vero, ricordo che l'espressione dei suoi occhi era singolarmente esaltata e vuota, e le sue lunghe tempie strette, teree ed emaciate.\n\u003Cbr\u003EOra, quest'uomo non conduceva una vita infelice, ma sembrava che la malattia di cui soffriva gli causasse pena o angoscia, anche se si potrebbe essere portati a pensare diversamente. Al contrario, fra Martin e i folletti esisteva la più cordiale intimità e i loro dialoghi - che temo fossero miserevolmente unilaterali - dovevano essere per lui fonte di grande piacere, poichè si svolgevano fra grandi risate e allegria, almeno da parte sua.\n\u003Cbr\u003E- Allora, Frank, quand'è che hai visto i folletti?\n\u003Cbr\u003E- Ssth! Ce ne sono due dozzine proprio adesso nella bottega (la sua tessitoria). C'è quel piccolo vecchio briccone che sta seduto in cima al battente, e tutto per farsi dondolare mentre sto qui a tessere. Accidenti a loro, sono i più grandi piccoli intriganti che esistano, ecco quello che sono. Guarda, ce n'è un altro sul boccale dell'appretto . Vai via di là, tu, brigante; o - che mi venga un accidente - te la farò ben pagare se non ti decidi. Ah! piantala tu, ladro!\n\u003Cbr\u003E- Frank, non avete paura di loro?\n\u003Cbr\u003E- Io? O bella, perchè mai dovrei aver paura di loro? Tanto non hanno nessun potere su di me.\n\u003Cbr\u003E- E perchè non ce l'hanno, Frank?\n\u003Cbr\u003E- Perchè sono stato battezzato contro di loro.\n\u003Cbr\u003E- Cosa intendete dire?\n\u003Cbr\u003E- Beh, mio padre aveva detto al prete che mi ha battezzato di metterci dentro la preghiera giusta contro i folletti - e un prete quando glielo chiedono non può dire di no - e allora l'ha fatto. \u003Cbr\u003EPerdio, mi è andata bene che l'ha fatto - (lascia stare il sego, tu, piccolo ghiottone - visto? C'è un ladruncolo che mi sta mangiando il sego) - perchè, vedete, loro avevano in mente di farmi re dei folletti.\n\u003Cbr\u003E- Possibile?\n\u003Cbr\u003E- E' la pura verità. Potete anche chiederglielo, e ve lo diranno.\n\u003Cbr\u003E- Quanto sono grandi, Frank?\n\u003Cbr\u003E- Oh, sono piccoli piccoli, con mantelli verdi, e le più belle scarpette mai viste. Ce ne sono due - tutti e due vecchie conoscenze - che corrono lungo il subbio d'ordito. Quel tipo con la parrucca a ricciolini si chiama Jim Jam, e quell'altro col cappello a tre punte si chiama Nickey Nick. Nick sa suonare la cornamusa. Nickey, suonaci qualcosa, o te la farò vedere io su, dai, \"Le Rive del Lago Erne\". \u003Cbr\u003ESsth, adesso - ascoltate! Il poveretto, pur continuando a tessere più in fretta che poteva, prestava ogni possibile segno di attenzione alla musica, e sembrava gustarla proprio come fosse stata reale.\n\u003C/poem\u003E\n''Leggenda riportata da William Carleton''",
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"I Monti Pallidi": {
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"at2": "M431 - Maledizione: lesioni fisiche",
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"_at": "D812 - Oggetto magico ricevuto da un essere soprannaturale | M431 - Maledizione: lesioni fisiche | D2062.2.1 - Accecamento per maledizione | D2064.5 - Malattia magica da maledizione",
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"_testo": "Forse non tutti sanno che le Dolomiti vengono chiamate anche Monti Pallidi a seguito di un prodigioso incantesimo avvenuto ai tempi dell'antico Regno delle Dolomiti, quando la roccia delle montagne aveva lo stesso colore delle Alpi. \n\u003Cbr\u003ETale regno era ricoperto di prati fioriti, boschi lussureggianti e laghi incantati. Ovunque si poteva respirare aria di felicità e armonia meno che nel castello reale. Bisogna infatti sapere che il figlio del re aveva sposato la principessa della luna, ma un triste destino condannava i due giovani amanti a vivere eternamente separati. L'uno non poteva sopportare l'intensa luce della luna che l'avrebbe reso cieco, l'altra sfuggiva la vista delle cupe montagne e degli ombrosi boschi che le causavano una malinconia talmente profonda da farla ammalare gravemente. Ormai ogni gioia sembrava svanita e solamente le oscure foreste facevano da solitario rifugio al povero principe. Ma si sa, però, che proprio le ombrose selve sono luoghi popolati da curiosi personaggi, ricchi di poteri sorprendenti e capaci di rovesciare inaspettatamente il corso degli eventi. Ed è così che un giorno, nel suo disperato vagare, il principe si imbattè nel re dei Salvani, un piccolo e simpatico nano in cerca di una terra per il suo popolo. Dopo aver ascoltato la triste storia del giovane sposo, il re dei [[Salvani]] gli propose, in cambio del permesso di abitare con la propria gente questi boschi, di rendere lucenti le montagne del suo regno. Siglato il patto, i nani tessero per un'intera notte la luce della luna e ne ricoprirono tutte le rocce. La principessa potè così tornare sulla terra per vivere felicemente assieme al suo sposo e le Dolomiti presero il nome di Monti Pallidi.",
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"Il leone e la zanzara": {
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"_at": "B240.4 - Il leone come re degli animali | B263.8 - Guerra tra leone e altri animali | A2346 - Origine e natura della puntura degli insetti | B489.1 - Ragno utile | A2494.14.1 - Inimicizia tra ragno e mosca",
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"_testo": "Una volta un leone se ne stava immerso nel sonno della siesta davanti all'entrata della sua caverna, quando gli si posò accanto una zanzara, dando fiato al suo zufolo.\n\u003Cbr\u003EIl leone si svegliò di soprassalto e, visto che doveva adirarsi, si adirò, diventò anzi furibondo: Che cosa vieni a fare qui con quel frastuono?\n\u003Cbr\u003EA passeggiare, vengo.\n\u003Cbr\u003ECome osi svegliarmi? Svegliare me, che sono il re degli animali?\n\u003Cbr\u003EUn re, dice lei, un re? Un carattere molto e molto cattivo, ecco quello che ha: ma a me, paura non ne fa.\n\u003Cbr\u003ENon ti faccio paura? Allora, vedrai adesso chi sono io!\n\u003Cbr\u003EIl leone stese prima le zampe anteriori, poi mosse quelle posteriori, poi si alzò e si stirò mostrando tutta la sua mole...\n\u003Cbr\u003EPoi aprì le fauci e, ahm!, le abbassò per ingoiare la zanzara.\n\u003Cbr\u003EEssa, però, con una piroetta gli penetrò in una narice, pungendogliela dentro con tutta la forza che aveva.\n\u003Cbr\u003EAhi! Il mio naso, il mio naso! ruggì il leone, e starnutì ripetutamente. La zanzara uscì come un baleno e gli volò dritta dentro un orecchio. Ahi, il mio orecchio, il mio orecchio! Esci dal mio orecchio, disgraziata!\n\u003Cbr\u003ELa zanzara continuava a pungere con tutte le sue energie e il leone balzava da un angolo all'altro della caverna, dal pavimento al soffitto, si rivoltolava sull'erba, si grattava sui cespugli...\n\u003Cbr\u003EMa liberarsi dell'insetto non poteva, non poteva affatto.\n\u003Cbr\u003ESolamente quando fu stanca, la zanzara smise d'infierire sul leone, e si burlava di lui: Non affermavi di essere il re? Come ti è parsa la punizione che ti ho dato? Ora vado a raccontare tutto agli altri animali, affinché ridano di te e non ti temano più.\n\u003Cbr\u003EStava volando a fare questo, batté contro una ragnatela e rimase impigliata tra i filamenti.\nPoco dopo il ragno si cibò della zanzara.",
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"Il baule volante": {
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"_testo": "\u003Cpoem\u003E\nC'era una volta un mercante così ricco, ma così ricco, che avrebbe potuto lastricare una strada intera con le sue monete d'argento e d'oro, ma non lo faceva. Lui usava il suo denaro soltanto così: se gli usciva un soldo dalla tasca, di sicuro ce n'entravano altri venti; era fatto così, quel mercante, e così morì.\nIl figlio, che ereditò tutto quel denaro, amava vivere spensieratamente: tutte le sere andava ai balli in maschera, e usava le banconote per fare gli aquiloni, e si divertiva a far rimbalzare sullo specchio d'acqua del lago non i ciottoli tondi, ma le monete d'oro, che saltavano meglio: alla fine gli restarono soltanto quattro soldi e nessun vestito, ma soltanto un paio di babbucce e una vecchia vestaglia.\nI suoi amici non si curavano più di lui, dato che non poteva più uscire con loro nelle strade; ma uno di loro, che era il più buono, gli mandò un vecchio armadio e gli disse: \n\"Mettici dentro le tue cose\".\nMa lui non aveva più niente! Allora ci entrò lui stesso.\nEra un baule molto strano. Non appena si chiudeva la serratura, esso si alzava in volo; e così anche quella volta si alzò, e passando per la cappa del camino, volo fin sopra le nuvole, lontano lontano: il fondo del baule cigolava, e lui aveva una gran paura che si rompesse: che ruzzolone avrebbe fatto! Vola che ti vola, il baule arrivò nel Paese dei Turchi.\nQuando fu arrivato nascose il baule nel bosco, sotto le foglie secche, dopodiché entro nella città: poteva permettersi di farlo, perché in Turchia tutti vanno in giro in babbucce e vestaglia, come lui.\nA un certo punto incontrò una balia con un bambino.\n\"Senti un po', balia turca!\", disse lui. \"Sai dirmi cos'è quel palazzo vicino alla città, con finestre così alte?\"\n\"Lassù abita la figlia del re\", rispose la balia. \"Le fu predetto che sarebbe stata infelice per causa di un fidanzato: perciò nessuno al mondo può avvicinarla, a meno che non sia accompagnato dal re e dalla regina\".\n\"Molte grazie\", disse il figlio del mercante, e ritornò nel bosco. Quando fu arrivato entrò nel baule, volò sopra il tetto del palazzo ed entrò da una finestra proprio nella stanza della principessa.\nLei era distesa su un sofà, e dormiva: era così bella che il figlio del mercante dovette darle un bacio; ella si svegliò spaventatissima, ma lui le disse che era il Dio dei turchi in persona. E che era disceso dal cielo per incontrarla: la cosa le fece molto piacere.\nAllora si misero a sedere l'uno di fianco all'altro, ed egli le raccontò favole sui suoi occhi: diceva che erano due laghi oscuri e splendidi, che i pensieri ci nuotavano come sirene, e la sua fronte era un monte di neve con meravigliose camere e splendidi quadri; e le raccontava anche della cicogna, che porta i cari bambini. Che belle fiabe che raccontava! Finché lui non chiese la sua mano, e lei gli rispose di sì.\n\"Se vieni a trovarmi sabato prossimo\", disse lei, \"il re e la regina saranno qui a prendere il tè! Senz'altro si sentiranno molto lusingati del fatto che io sposo il Dio dei turchi. Però tu dovresti inventare una favola che sia davvero molto bella, perché i miei genitori ci tengono assai: mia madre le vuole con la morale, secondo la tradizione; mio padre invece le preferisce buffe, perché gli piace ridere.\n\"D'accordo, in dono alla mia sposa porterò una fiaba\", disse lui, e così si separarono. Prima però la principessa gli fece dono di una scimitarra tutta tempestata di monete d'oro, che gli garbava assai.\nUna volta uscito dal palazzo, volò a comprarsi una vestaglia nuova, e poi rientrò nel bosco. Qui si mise a sedere e cercò di pensare a una fiaba: doveva averne una pronta per sabato, il che non era per niente facile.\nFinché un giorno la fiaba fu pronta, ed era proprio sabato.\nIl re e la regina, con tutta la corte, lo aspettavano nella camera della principessa bevendo il tè, e lo accolsero con molta gentilezza.\n\"Allora, ci vuole raccontare una fiaba?\", disse la regina, \"Ma che sia profonda e istruttiva!\"\n\"Però deve fare anche ridere\", disse il re.\n\"Senz'altro!\", rispose lui, e cominciò a raccontare. Adesso bisogna fare molta attenzione.\n\"C'era una volta un pacchetto di fiammiferi, i quali appartenevano a una famiglia nobile, e ne andavano molto orgogliosi: il loro albero genealogico era un vecchio e maestoso albero nella foresta. Adesso i fiammiferi stavano sulla mensola, tra un acciarino e una vecchia pentola di ferro, ed era a loro che essi raccontavano la loro giovinezza:\n\"Allora\", dicevano, \"al tempo dei nostri verdi anni, stavamo proprio sopra un albero verde! Ogni alba e ogni tramonto ci veniva servito il tè di diamanti, cioè la rugiada, e per tutto il giorno avevamo i raggi del sole, perché il sole splendeva, e tutti gli uccelli del bosco venivano a raccontarci delle storie. Noi sapevamo bene di essere ricchi, perché gli altri alberi erano vestiti soltanto nei mesi d'estate, mentre la nostra famiglia poteva permettersi verdi vestiti d'estate e d'inverno. Ma poi arrivarono dei boscaioli, vi fu una grande rivoluzione, e la nostra famiglia andò perduta. 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Dunque: sulle sponde del mar Baltico, all'ombra dei faggi di Danimarca...\".\n\"Che bell'inizio\", dissero i piattini in coro, \"questa storia ci piacerà senz'altro!\"\n\"È laggiù che ho passato la mia giovinezza, presso una famiglia tranquilla. I mobili venivano sempre spolverati, il pavimento tirato a lucido, e ogni quindici giorni si cambiavano le tendine...\"\n\"Com'è interessante questa storia\", disse il piumino; \"si capisce subito che chi parla è una signora; dalle sue parole spira un'aria così pulita!\"\n\"Proprio così!\", disse il secchio dell'acqua, e dalla gioia fece un tal balzo che l'acqua si rovesciò sul pavimento.\nMa la pentola continuò a raccontare: e la fine non fu meno bella del principio.\nTutti i piatti tintinnavano dalla gioia; il piumino raccolse del prezzemolo verde dal secchio della sabbia e incoronò la pentola, perché sapeva che questo avrebbe fatto rabbia a gli altri. \"E poi\", pensava dentro di sé, \"se io la incorono oggi, domani sarà lei a incoronare me\".\n\"Adesso vogliamo ballare!\", dissero le molle del focolare, e ballarono: Dio, mio, quanto alzavano le gambe! La vecchia fodera della sedia nell'angolo si sbellicava a guardarle. \"E adesso, possiamo essere incoronate anche noi?\", chiesero. E anche loro furono incoronate.\n\"Dio mio! Dopo tutto non è che plebaglia!\", pensavano i fiammiferi. Ora toccava alla teiera a cantare, ma si sentiva un po' raffreddata, disse, non poteva mica cantare se non era sul punto di bollire; ma la verità è che le piaceva cantare soltanto a tavola, tra gli invitati.\nVicino alla finestra c'era una vecchia penna d'oca, che la cuoca usava sempre per fare i conti; in lei non c'era nulla che richiamasse l'attenzione, a parte il fatto che lei era sempre troppo immersa nel suo calamaio, e ne andava anche orgogliosa. \"La teiera non vuol cantare?\" sbottò lei, \"Bene; qui fuori nella gabbia c'è un usignolo: lui sì che sa cantare. Lei invece non ha mai imparato nulla... ma forse stasera non vogliamo sparlare di nessuno!\" \"Trovo molto sconveniente\", disse il bollitore, che amava cantare in cucina, ed era fratellastro della teiera\", dover ascoltare un uccello estraneo di quel genere. Vi sembra patriottico? La sporta cosa ne pensa?\"\n\"Io non posso che friggere dalla rabbia!\", disse la sporta, \" non potete immaginare quanto sia arrabbiata! Vi pare il modo di trascorrere una serata? Non sarebbe meglio mettere un po' in ordine la casa? Ognuno allora dovrebbe mettersi al proprio posto, e io dovrei dirigere tutti quanti. Questo sì che sarebbe diverso\"..\n\"Sì, sì, facciamo baccano\", dissero tutti quanti. In quel momento la porta si spalancò. Era la domestica, e tutti si misero fermi, nessuno aprì bocca; ma non c'era una sola pentola che non si sentisse molto distinta e che non fosse ben conscia delle sue capacità. \"Ah! Se avessi voluto\", pensava ognuna di loro, \"sarebbe stata davvero una serata divertente\".\nLa cameriera prese i fiammiferi e accese il fuoco. Mamma mia, come bruciavano! Che fiamme!\n\"Adesso sì\", pensavano, \"Che tutti possono vedere chi sono i più importanti! 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Ora sì che era chiaro che quello era proprio il Dio dei turchi, lo sposo promesso della principessa.\nQuando il figlio del mercante fu ridisceso nel bosco, pensò: \n\"Mi piacerebbe ora recarmi in città e sentire che impressione ho fatto!\" E in fondo era normale che desiderasse una cosa del genere.\nMamma mia, le cose che la gente non diceva! Tutti quelli a cui domandava dicevano una cosa diversa, ma erano d'accordo: era stato straordinario.\n\"Io ho visto il Dio dei turchi in carne e ossa\", gridava uno; \"Aveva gli occhi come stelle brillanti, e una barba come acqua spumeggiante\".\n\"Volava su un tappeto di fuoco\", diceva un altro; \"e bellissimi angeli uscivano fuori dalle pieghe!\"\nOh, quante belle cose sentiva dire sul suo conto! E il giorno dopo si sarebbe sposato.\nAllora ritornò nel bosco, per rimettersi nel baule, ma dove mai si era messo quel baule? Era bruciato! 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"autore": "Andersen, Hans Christian",
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"numero": "ATU 563 — La tavola, l'asino e il bastone",
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"Il re del cielo e la pioggia": {
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"_testo": "Dicono che anticamente il re del Cielo fosse un grande appassionato di paduk1 e che dedicasse a questo gioco buona parte della sua eterna esistenza. Una volta, tutto preso com’era dalla difficoltà del gioco, dimenticò perfino di far cadere le consuete piogge annuali2. Sulla Terra, gli uomini cominciarono naturalmente a protestare perché, senza le piogge, il raccolto del riso sarebbe stato compromesso. L’eco di quelle proteste giunse fino al Cielo, il cui sovrano, ignaro del motivo che stava spingendo i comuni mortali a quelle violente manifestazioni, mandò sulla Terra alcuni suoi subalterni perché indagassero su quanto stava accadendo. Qualche tempo dopo i messaggeri celesti tornarono dal loro signore: “Maestà, la gente sulla Terra si lamenta perché non piove più”. “Ah, sì? Se non è che questo, allora, che piova!” E riprese a giocare a paduk. Ben presto, però, s’immedesimò a tal punto nelle partite da dimenticare di fermare le piogge. Sulla Terra, la gente, che stava per essere letteralmente sommersa dalle inondazioni verificatesi a seguito delle continue piogge torrenziali, cominciò ben presto a protestare e a invocare che quel diluvio cessasse immediatamente. L’eco delle lamentele raggiunse ancora una volta il regno celeste e l’eterno sovrano fu costretto a inviare di nuovo i propri ambasciatori sulla Terra per vedere cosa stesse succedendo. Ben presto, gli inviati del re del Cielo tornarono a riferire: “Maestà, sulla Terra stanno annegando tutti. Si è passati da un eccesso all’altro: dalla siccità più grave a continue piogge torrenziali che stanno spazzando via ogni cosa”. Il re del Cielo si accorse allora della propria leggerezza: “Dunque, non solo il sole e la pioggia occorrono agli uomini, ma anche la loro quantità! È necessario che io stia più attento nel regolare le stagioni!” E da quel giorno pare che il re del Cielo non abbia più giocato a paduk o, perlomeno, ci abbia giocato con minore accanimento, visto che da allora in poi le stagioni asciutte e quelle piovose si sono succedute regolarmente. Gioco da tavolo (in giapponese chiamato go) che richiede notevole abilità strategica. Cfr. la nota 1 al racconto Il rospo e il mostro millepiedi.",
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"Il cacciatore di serpenti e il pitone": {
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"immagine": "[[Immagine:Noimage.jpg|200px]]",
"continente": "Africa",
"area": "Africa Orientale",
"paese": "Kenya",
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"gruppo": "Aiutanti Soprannaturali (519-559)",
"numero": "ATU 555 — Il pescatore e sua moglie",
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"specificità1": "Rettili",
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"_testo": "\u003Cpoem\u003E\nC’era una volta, in un villaggio vicino la grande foresta un uomo chiamato Mutisya.\nLui si sposò con una donna chiamata Mariamu e avevano due bambini. Mutisya per guadagnarsi da vivere cacciava serpenti nella grande foresta, e vendeva le loro pelli a calzolai per fare scarpe e creatori di borsa in una piccola città non lontana dal villaggio.\nDa questa vendita, lui guadagnava un po' di soldi ma la cifra non era alta e la famiglia viveva una vita povera.\nOgni mattina Mutisya usciva di casa per andare alla foresta e passava la giornata mettendo trappole per i serpenti, controllare i terreni già battuti, o cacciando esclusivamente in luoghi dove probabilmente si sarebbero potuti nascondere i serpenti.\nIn un giorno fortunato lui riuscì a portare a casa numerose pelli di serpente nel suo cesto, ma molti erano pure i giorni nei quali Mutisya tornava a casa con il cesto vuoto ed in tali giorni sua moglie si adirava con lui.\nIn un'occasione, la fortuna sembrò abbandonare Mutisya e ogni sera per due settimane, lui ritornò a casa con il cesto vuoto e la moglie era dispiaciuta.\n- Cosa hai fatto per due settimane intere? - lo sgridò - passi i tuoi giorni al mercato bevendo birra e mentendomi facendomi credere che vai a caccia di serpenti.\n- Io ci sto tentando – disse - sto controllando ogni giorno tutte le mie trappole. Sto esplorando invano i luoghi più scuri e la gran parte degli angoli pericolosi della foresta. Forse domani sarò fortunato.\n- Tu parli sempre di domani pensando che domani sia un giorno fortunato. Allora da domani ti darò una razione di cibo uguale alla fortuna del tuo giorno. Più fortunato sarai, più cibo avrai.\nQuella notte, perciò, ottenne una piccola porzione di cibo da sua moglie e non dormì per la fame e le fitte allo stomaco.\nIl giorno seguente, lui provò di tutto per ritornare a casa con almeno una pelle di serpente, ma Mutisya non ebbe fortuna.\nSua moglie gridò crudelmente contro di lui e quella notte non gli diede cibo.\nLa mattina seguente Mutisya si svegliò prima del solito e mentre camminava nella foresta pregava Dio che ricevesse una benedizione e che la sera riuscisse a portare a casa una cesta di pelli di serpente. Per tutto il giorno egli vagò per la foresta e non trovò serpenti. Mutisya al tramonto, sulla via del ritorno verso casa, aveva fame, era stanco ed impaurito di quello che sua moglie gli avrebbe detto.\nImprovvisamente sul suo percorso, vide il più grande serpente mai visto prima, posto a spirale ai piedi di un albero. Era un pitone che già aveva ingoiato un'antilope e che non si sarebbe potuto muovere facilmente.\nMutisya si inginocchiò e pregò Dio.\n- Da due settimane, io non bevo una goccia di birra e per due giorni mia moglie non mi ha dato cibo. Questa pelle di serpente equivale a molta birra e molto cibo. Grazie Dio, questo è un tuo dono.\nMutisya poi prese una freccia, la pose sul suo arco e puntò alla testa del pitone. Ma lui si rittrasse improvvisamente nel momento in cui sentì il pitone parlare:\n- Tu puoi finirmi. E tu puoi salvare la mia vita. Lasciami vivere ed io ricambierò questo favore dandoti molti soldi e facendo di te una persona ricca.\nMutisya allentò la sua freccia e disse:\n- Io non ti ucciderò se mi darai molti soldi sino a farmi diventare ricco. Dove sono i soldi?\nIl pitone aprì la sua bocca e da qui uscì un uovo rosso.\n- Ascolta - disse il pitone - questo è un uovo magico. L'uovo rotolerà di fronte a te indicandoti una strada da seguire. Tu segui l’uovo dovunque vada. Ti condurrà ad una caverna. Rotolerà verso un angolo della caverna e lì troverai molte borse di soldi. Prendi solamente uno borsa con i soldi e devi dire all'uovo: “Torna dal pitone possente”. L'uovo comincerà a rotolare di nuovo e ti porterà qui da me.\n- La notte sta calando - disse Mutisya - è probabile che io non riesca più a vedere l’uovo e perderò la via.\n- Tu non perderai la via - disse il pitone. Quando l'oscurità calerà, l'uovo comincerà a splendere come una stella.\n- Grazie, pitone - disse.\nL'uovo magico e rosso cominciò a rotolare via e Mutisya lo seguì.\nAlla sera come aveva detto il pitone, l'uovo magico cominciò a splendere come una piccola stella e la sua luce illuminò la via.\nRotolò e rotolò ancora e Mutisya lo seguì anche nei luoghi dove non era mai stato prima.\nL'uovo magico e rosso cominciò a rotolare via e Mutisya lo seguì.\nAlla sera dopo un lungo viaggio nella foresta, si trovò in un luogo roccioso. Fra queste pietre vi era una caverna e l’uovo ci rotolò dentro.\nMutisya lo seguì nella caverna e, quando l'uovo si fermò in un angolo della caverna, vide molte borse di soldi come aveva detto il pitone.\nEgli prese una borsa con i soldi e disse all'uovo magico:\n- Torna dal pitone possente.\nL'uovo ritornò di nuovo verso il luogo dal quale era venuto. Quando l’uovo arrivò dove era il pitone, Mutisya lo ringraziò felicemente. Il pitone ingoiò l'uovo rosso e disse:\n- Quando userai tutti quei soldi e avrai bisogno di altro denaro, vieni a questo albero che è la mia casa e cercami e ti darò altri soldi.\nMutisya ringraziò il pitone per avergli salvato la vita.\nEgli ringraziò nuovamente il pitone e cominciò il suo ritorno verso casa. Mutisya era impaziente di tornare a casa per poter mostrare a sua moglie tutti i soldi che aveva.\nMan mano che si avvicinava alla sua casa, entusiasta cominciò a fischiare immaginando come sarebbe stata felice sua moglie nel vedere i soldi. Egli stava sognando le molte cose che avrebbe potuto fare con i soldi.\nMariamu stava aspettando il rientro a casa di Mutisya.\nQuando lei lo sentì, disse:\n- Sei rientrato tardi a casa! Ti avviso! Non otterrai nulla in questa casa se il tuo cesto è vuoto! In tal caso dovrai dormire fuori!\nLei aveva una frusta nelle sue mani mentre pronunciava queste parole.\n- Io non ho pelli di serpente - disse Mutisya - ma ho qualcosa di meglio. \n- Cosa mai potrà essere? - chiese Mariamu con interesse.\nMutisya aprì il suo cesto e mostrò lei la borsa che conteneva i soldi.\nMariamu guardò le innumerevoli monete di argento e saltò con gioia.\n- Oggi hai realmente provato a cacciare serpenti. Noi ora siamo persone molto ricche. Come hai fatto a guadagnare tutti questi soldi?\nMutisya raccontò come andarono le cose, del pitone che gli diede l'uovo magico che l'ha condotto alla caverna piena di borse contenenti soldi.\n- Tu sei stupido! - gridò sua moglie adiratamente quando lui aveva finito la sua storia - C'erano molte borse di soldi e tu ne hai preso solamente una?\n- Sì, questo è quello che il pitone mi disse.\n- Avresti dovuto prendere tutte le borse! I soldi ci avrebbero reso le persone più ricche del paese. Devi ritornare nella caverna e prendere il resto dei soldi!\n- Ma il pitone disse che io sarei dovuto ritornare solo quando avremmo usato tutti questi soldi. \n- Questo non è quello che vuoi. Domani mattina ritornerai alla caverna e prenderai il resto dei soldi. Noi dobbiamo essere le persone più ricche del paese.\nAll’alba del giorno seguente, Mariamu svegliò Mutisya che andò nella foresta.\nEgli trovò il pitone nel luogo in cui l'aveva lasciato.\n- Vuoi il mio aiuto? - chiese il pitone.\n- Sì, mi serve il tuo aiuto - rispose. Sono venuto per avere altri soldi.\n- Hai già usato tutti i soldi che ti ho dato ieri?\n- No. Ma Mariamu mi ha suggerito che noi diventeremo molto ricchi se tu ci darai altri soldi.\n- Non ascoltare tua moglie ma ascolta me. Usa tutti i soldi che ti ho dato prima, poi puoi venire per altro denaro ma solo quando hai finito la quantità che ti ho dato ieri.\n- Li voglio ora i soldi - disse Mutisya, preparando la sua freccia sul suo arco - o io ti ucciderò.\n- Non uccidermi. Non sei felice con i soldi che ti ho già dato? Abbi pietà di me e ritorna quando hai finito i soldi.\nMutisya tenne teso il suo arco e scagliò la freccia colpendo il pitone. La freccia si conficcò nel suo corpo. Egli preparò un'altra freccia e puntò alla sua testa.\n- Mi darai l'uovo per mostrarmi la via per la caverna o no? \nIl pitone alzò la sua testa ed i suoi occhi pieni di lacrime. Disse dolorosamente:\n- Tu sei una persona spietata ed ingrata. Estrai la freccia dai miei muscoli, medicami la ferita io ti darò l'uovo per condurti alla caverna. Ma ricorda, un cattivo atto miete un cattivo atto.\nMutisya non diede retta alle ultime parole del pitone. Egli rimosse la freccia dalla carne del pitone e mise la medicina nella ferita. Il pitone aprì la sua bocca e fece uscire l'uovo rosso. L’uovo cominciò a rotolare e Mutisya seguì attentamente la via che lo avrebbe portato alla caverna.\nFinalmente, arrivò alla caverna ed entrò.\nMutisya prese quante più borse potesse portare e quando uscì fuori dalla caverna pensò:\n- Ora conosco la via per arrivare alla caverna e quest’ uovo non mi serve più.\nEgli lo prese nella sua mano, lo gettò contro una pietra e lo ruppe in pezzetti.\nAppena accadde questo, egli sentì un rumore fragoroso e quando guardò dietro a lui vide le pietre che franavano e chiusero l'ingresso della caverna.\nCon grande paura, si mise affrettatamente sulla via del rientro verso casa.\nLe borse con i soldi sulla sua schiena erano pesanti e lui arrivò a casa molto tardi e stanco per il pomeriggio passato in quel modo.\nQuando tornò a casa, lui notò che la porta era chiusa da dentro.\nEgli chiamò sua moglie.\n- Mariamu! Mariamu! Mariamu, moglie mia , apri per me. Apri e vedi quello che ho portato a casa. Ora siamo le persone più ricche di tutto il paese. Apri in fretta e vedi cosa c’è di bello in queste borse.\nMa nessuno rispondeva.\nEgli chiamò la moglie per molto tempo ma si accorse che non si sentiva alcun suono dall’interno della casa.\nQuindi decise di buttare giù la porta.\nQuando riuscì a buttare giù la porta guardò con orrore quello che gli si presentava davanti agli occhi.\nSua moglie e i bambini morti sul pavimento. Mutisya guardò le borse di soldi che lui aveva portato dalla caverna. Notò che tutti i soldi si erano trasformati in ciottoli.\nEra molto agitato, sapeva che solamente il pitone poteva aiutarlo. Quindi corse immediatamente dal pitone a chiedere il suo aiuto. Ma quando arrivò sul luogo appurò che il pitone era morto, i pitoni dalle uova magiche muoiono quando il loro uovo magico si rompe.\n\u003C/poem\u003E",
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"_testo": "In tutta l’opera, come già detto nelle Avvertenze al lettore, i termini coreani sono stati traslitterati secondo il sistema McCune-Reischauer. Per quanto concerne i nomi degli autori coreani presenti nella bibliografia, accanto a ognuno compare la traslitterazione da essi stessi adoperata, ove questa diverga dal sistema usato in questa sede. Allen Horace N., Korean Tales: Being a Collection of Stories Translated from the Korean Folklore. Bibliolife, Charleston 2009. Bruno, Antonietta (a cura di), I racconti di Ŏu. Carocci editore, Roma 2019. Carpenter, Frances, Tales of a Korean Grandmother, ried. Tuttle,Tokyo 1984. Chang, Chygŭn, Han’gug-ŭi sinhwa (Mitologia coreana), Ilchogak, Seoul 1976. Chang, Duk-Soon (ed.), The Folk Treasury of Korea. Sources in Myth, Legend and Folk Tale. Society of Korean Oral Literature, Seoul, 1970. Chang, Tŏksun, Han’guk sŏrhwa munhak yŏn’gu (Studio sulla letteratura fiabesca della Corea), Seoul taehakkyo, Seoul 1970. Chang, Tŏksun Et Al., Kubi munhak kaesŏl (Introduzione alla letteratura orale della Corea), Ilchogak, Seoul 1971. Chibong yusŏl [Scritti “classificati” di Chibong (pseudonimo di Yi Sugwang: 1563-1628, precursore del movimento Sirhak)]. 20 libri. Scritto durante il regno di Kwanghaegun (1608-1623)], edito nel 1633. Raccolta di scritti eterogenei, soprattutto d’antichità, sulla base di notizie e materiali fomiti all’autore da un diplomatico cinese. Ŭryu munhwasa, Seoul 1994. Chin, Sŏnggi, Cheju-do chŏnsŏl (Leggende dell’isola di Cheju), Paengnok ch’ulp’ansa, Seoul 1992. Cho, Tongil, Sŏsa minyo yŏn’gu (Studio sulle ballate tradizionali), Kyemyŏngdae, Taegu 1970. Ch’oe, Kŭnhak (a cura di), Han’guk mindam sajŏn (Dizionario dei racconti popolari coreani), Munhak ch’ulp’an kongsa, Seoul 1987. Ch’oe, Inhak (Choi, In-Hak), Han’guk chŏllae tonghwa chŏnjip (Raccolta completa di fiabe e racconti popolari della Corea), Changwŏnsa, Seoul 1970. Ch’oe, Inhak (Choi, In-Hak), Kankoku mukashibanashi-no kenkyū (Studio sulle fiabe coreane), Kobundo, Tōkyō 1976. Ch’oe, Inhak (Choi, In-Hak), A Type Index of Korean Folktales, Myŏngji University, Seoul 1979. Ch’oe, Muhwan, “Yŏu sŏrhwa il koch’al – kumiho iyagi-rŭl chungsimŭro (Uno studio sui racconti di volpi, con particolare riferimento ai racconti di volpi a nove code)”. Han’guk ŏmun yŏn’gu, 19 (2010), pp. 247-256. Ch’oe Naeok, “Han’guk Pulgyo sŏrhwa-ŭi yangsang (Aspetti dei racconti buddhisti della Corea)”. Han’gug-ŭi minsokkwa munhwa, 3 (2000), pp. 333-383. Ch’oe, Unsik (a cura di), Ch’ungch’ŏngnam-do mindam (Racconti popolari della regione del Ch’ungch’ŏng meridionale), Chimmundang, Seoul 1984. Ch’oe, Unsik (a cura di), Han’gug-ŭi mindam (Racconti popolari della Corea). Siinsa, Seoul 1999. Choi, Won-Oh, An Illustrated Guide to Korean Mythology, Global Oriental, Folkestone, 2008. Chŏng, Haksŏng, 17 segi hanmun sosŏl-jip (Raccolta di romanzi coreani in cinese del XVII secolo). Samgyŏng munhwasa, Seoul, 2000. Ch’ŏnggu yadam. (Racconti popolari del Paese delle verdi colline – Corea). Diviso in 5, 6, 8 o 20 libri a seconda delle varie versioni. Ignoto l’autore/curatore. Compilato intorno alla metà del XIX secolo, vi si trovano notizie folcloristiche e racconti popolari scritti in forma romanzata. Kukhak charyowŏn, Seoul, 1996. Chŏng, Insŏp, (Zong, In-Sob), Ondoru yawa (Racconti popolari dell”“ondol”), Nihonshōin, Tōkyō 1927. Chŏng, Insŏp, (Zong, In-Sob), Folk Tales From Korea, Hollym, Seoul 1987. Ch’ŏngp’a kŭktam [Racconti di Ch’ŏngp’a (pseudonimo di Yi Yuk: 1438-1498)]. 1 libro. Composto durante il regno di Sŏngjong (1469-1494). I riferimenti sono a Taedong yasŭng, II, pp. 95-148. Chŏngsin Munhwa Yŏn’guwŏn (a cura di), Han’guk kubi munhak taegye (Profilo della letteratura orale coreana), vol. I. 2 (1980), vol. II. 3 (1981), vol. VIII. 8 (1983), vol. VII. 12 (1984). Chŏngsin munhwa yŏn’guwŏn, Sŏngnam. Ch’ŏnyerok (Cronache del “fanciullo celeste”). Compilato da Im Pang (1640-1724). Myŏngmundang, Seoul, 2003. Gale, James S. (a cura di), Korea Folk Tales, ried. Tuttle, Tokyo 1982. Grand, Eelena N., Korean Folk Tales: Imps, Ghosts, Fairies. CreateSpace Independent Publishing Platform, Lavergne, Tennessee 2017. Grayson, James H., Myths and Legends from Korea. An Annotated Compendium of Ancient and Modern Materials, Routledge, Abington on Thames, 2001. Haedong chamnok (Cronache varie della Corea). 14 libri. Scritto da Kwŏn Pyŏl, completato nel 1670. T’aehaksa, Seoul 1986. Haedong kosŭng-jŏn (Vite dei monaci eminenti di Corea). Solo due libri rimasti, degli almeno cinque originari. Attribuito a tal monaco Kakhun, che l’avrebbe completato nel 1215 su ordine regale. Minjoksa, Seoul, 1991. Han, Sangsu, Yennal yetchŏk iyagi (Racconti dei vecchi tempi), Ch’ungch’ŏngnam-do, 1991. Han, Suzanne Crowder, Korean Folks and Fairy Tales, Hollym, Seoul 1992. Hong, T’aehan, Han’gug-ŭi mindam (Racconti popolari della Corea). Minsogwŏn, Seoul 1999. Huntington, Rania, “The Supernatural”. In Mair, Victor (ed.): The Columbia History of Chinese Literature. Columbia University Press, New York, 2001, pp. 110-131. Hwadong inmul ch’onggi (Memorie complete delle personalità del Hwadong). Attribuito a Pŏm Sedong (?-?) detto Pog’ae. Chŏnnam Taehakkyo ch’ulp’anbu, Kwangju, 1993. Hwang, P’aegang, Han’guk sŏsa munhak yŏn’gu (Studi sulla letteratura tradizionale della Corea), Tan’guk taehakkyo, Seoul 1972. Hwang, P’aegang, Silla pulgyo sŏrhwa yŏn’gu (Studio sui racconti buddhisti di Silla), Ilchisa, Seoul 1975. Hwang, P’aegang, Hangug-ŭi sinhwa (Mitologia coreana), Tan’guk taehakkyo, Seoul 1988. Hyobin chapki (Memorie varie per provocare smorfie). 2 libri. Scritto da Ko Sang’an (1553-1623) detto T’aech’on. Kyemyŏng taehakkyo ch’ulp’anbu, Seoul, 2007. Ikchaejip [Raccolta degli scritti di Ikchae (pseudonimo di Yi Chehyŏn: 1287-1367)]. 15 libri. Pubblicata nel 1636, poi nel 1693 e, infine, nel 1813, quest’opera comprende, oltre allo Yogong p’aesŏl citato in questa bibliografia, anche gli altri due lavori di Yi Chehyŏn, ossia lo Ikchae nan’go e lo Ikchae soakpu. Minjok munhak ch’ujinhoe, Seoul 1980. Im, Sŏkchae (a cura di), Han’guk kujŏn sŏrhwa (Fiabe coreane tramandate oralmente), 10 voll. (cont.), P’yŏngŭmsa, Seoul 1984-93. Im, Tonggwŏn, Han’gug-ŭi mindam (Racconti popolari della Corea), Sŏmundang, Seoul 2020 (I ed. 1975). Im, Tonggwŏn Et Al., Minsongnon (Studi sul folklore), Chimmundang, Seoul 1989. International Cultural Foundation (a cura di), Korean Folk Tales, Korean Culture Series nr. 7, Sisa yongŏsa, Seoul 1982. Kang, Sangsun, “Chosŏn chŏn’gi kwisin iyagi-e chamboktoen sahoejŏk chŏktae (Il latente antagonismo sociale nei racconti di spiriti del primo periodo Chosŏn)”. Minjok munhwa yŏn’gu, 56 (2012), pp. 97-137. Kang, Sangsun, “P’ilgi, yadam-ŭl t’onghae pon Chosŏn hugi-ŭi kwisingwan-gwa sahugwan (La concezione degli spiriti e dell’aldilà nel tardo periodo Chosŏn quale emerge dai p’ilgi e dagli yadam)”. Chonggyo munhwa yŏn’gu, 22 (2014), pp. 135-172. Kijae chapki [Note varie di Kijae (pseudonimo di Pak Tongnyang: 1569-1635)]. 7 libri. Opera scritta in forma non ufficiale che comprende avvenimenti storici e racconti popolari dagli inizi del periodo Chosŏn (1392) al regno di Myŏngjong (1545-1567). Una parte di quest’opera è riportata in Taedong yasŭng, XIII (vedi), un’altra è conservata presso l’Accademia di Studi Coreani. Kim, Chaeyong, “Kwisin iyagi-ŭi kihohak (Semiotica dei racconti di spiriti)”. Han’gukhak nonjip, 30 (2003), pp. 61-74. KIM, HOGARTH, HYUN-KEY, Syncretism of Buddhism and Shamanism in Korea. Jimoondang, P’aju 2002. Kim, Sangdŏk, Han’guk tonghwa-jip (Raccolta di fiabe coreane), Sungmunsa, Seoul 1959. Kim, T’aegŏn Et Al. 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Quest’opera, considerata il precursore del romanzo classico coreano, è una raccolta di racconti popolari giuntaci, però, molto incompleta. Hongik ch’ulp’ansa, Seoul 2000. Kwŏn, Sunu, Han kwŏnŭro ilgnŭn Han’gug-ŭi mindam (Racconti popolari di Corea da leggere in un sol libro). Songwŏn, Seoul 2006. Kyesŏ yadam (Racconti “rusticani” di Kyesŏ, pseudonimo del curatore). 6 libri. La compilazione è attribuita a Yi Hŭijun (1775-1842), probabilmente tra il 1833 e il 1842, ma non si esclude che possa attribuirsi al fratello maggiore di questi, Yi Hŭip’yŏng (1772-1839), visto che non si sa esattamente quale dei due fratelli avesse lo pseudonimo che appare nel titolo. Kukhak charyowŏn, Seoul, 2003. Lee, Peter H. (ed.), Oral Literature of Korea. Compiled by Seo Daeseok. Jimoondang, P’aju, 2005. Lee, Seung Jae, Korean Folk Tales. Hanshin Publishing Co., Seoul 1999. Li, Jianguo, Songdai zhiguai chuanqi xulu (Catalogo dei racconti chuanqi-zhiguai di epoca Song). Nankai daxue chubanshe, Tianjin, 1997. Li, Shuihai, Zhongguo xiaoshuo da cidian (Grande dizionario della novellistica cinese). Shaanxi renmin chubanshe, Xi’an, 1994. Na, Chuyŏn, “Han’guk mindam-e nat’anan siamŏnijŭmŭjŏk mot’ip’ŭ (Motivi sciamanici emergenti nei racconti popolari coreani)”. Pigyo minsokhak, 37 (2008), pp. 183-202. Okamoto, Kidō, Chūgoku kaiki shōsetsu-shū (Raccolta di racconti cinesi di genere zhiguai-chuanqi). Kōbunsha bunko, 1994. I riferimenti sono al sito web https:// archive.org/details/aozorabunko_02242 Osan sŏllim [Appunti “rustici” di Osan (pseudonimo di Ch’a Chŏllo: 1556-1615)]. 2 libri. Vi si trovano soprattutto biografie e aneddoti su personaggi di rilievo, annotazioni storiche e politiche che abbracciano un periodo che va dagli inizi del periodo Chosŏn (1392) al regno di Sŏngjong (14691494). Quest’opera è anche conosciuta col titolo di Osan sŏllim ch’ogo. I riferimenti sono a Taedong yasŭng, II. Ŏu yadam (Racconti “rusticani” di Ŏu, pseudonimo del curatore). 5 libri. Compilato da Yu Mongin (1559-1623), completato intorno al 1620. Han’guk munhwasa, Seoul, 2001. Pak, Taebok, “Sŏl Kongch’anjŏn-ŭi p’irhwa-wa koeijŏk munhakkwan (L’“incidente letterario” del Sŏl Kongch’an-jŏn e il filone della letteratura del soprannaturale)”. Ŏmun yŏn’gu, 36.4 (2008), pp. 269-296. P’asurok (Cronache di P’asu). Curatore e data ignoti. 1 libro. Periodo Chosŏn (1392-1910). In Kim Yŏngjun, (a cura di), P’asurok, Chindamnok. Pogosa, Seoul 2010, pp. 17-239. P’irwŏn chapki (Note varie del giardino del pennello). 2 libri. Attribuito a Sŏ Kŏjŏng (1420-1488), completato nel 1487. Chisik mandŭnŭn chisik, Seoul 2012. Riordan, James, Korean Folk Tales. Oxford University Press, Oxford and New York 1994. Riotto, Maurizio, Storia della letteratura coreana, Novecento editrice, Palermo 1996. Riotto, Maurizio, L’amore possibile: la storia di Ch’unhyang. Novecento editrice, Palermo 2008. Riotto, Maurizio, I misteri di Silla. Storia di storie meravigliose. Orientalia Parthenopea edizioni, Napoli 2014. Riotto, Maurizio, “A Possible Literary Prototype of The Tale of Paridegi”. Horizons, Seoul Journal of Humanities, 7.1 (2016), pp. 3-27. Riotto, Maurizio, Il poeta e il negromante. Ritratti dell’immaginario orientale, Libreria editrice Cafoscarina, Venezia 2017. RIOTTO, MAURIZIO, Storia della Corea dalle origini ai nostri giorni. Seconda edizione. Bompiani editore, 2018 (I ed. 2005). Riotto, Maurizio, “On the Question of the Autenticity of Haedong Kosŭng-jŏn”. Rivista degli Studi Orientali, XCIII.1-2 (2020), pp. 321-340. Riotto, Maurizio, (a cura di), Fiabe e storie coreane. Arcana editrice, Milano, 1994. Riotto, Maurizio, (a cura di), Samguk yusa. Memorie dei Tre regni, Carocci editore, Roma 2019. Samguk sagi (Storia dei Tre Regni), di Kim Pusik (1075-1151). 50 libri. Commissionato da re Injong (r. 1122-1146), scritto da Kim Pusik e completato nel 1145. Ŭryu munhwasa, Seoul, 1986. Samguk yusa (Memorie dei Tre Regni). 5 libri. Scritto da Iryŏn (1206-1289), completato intorno al 1280. Ŭryu munhwasa, Seoul, 1992. Samguksa chŏryo (Epitome della Storia dei Tre Regni). 14 o 15 libri, a seconda se un capitolo originariamente staccato dall’opera ne venga considerato parte integrante. Commissionato da re Sejo (r. 1455-1468) e completato nel 1476, alla sua compilazione parteciparono, oltre a Sŏ Kŏjŏng (14201488) e No Sasin (1427-1498), altri letterati come Yi P’a (1434-1486), Kim Kyech’ang (?-1481) e Ch’oe Sukchŏng (1433-1480). Sejong taewang kinyŏm saŏphoe, Seoul, 1996. Sinjŭng Tongguk yŏji sŭngnam (Nuovo e ampliato trattato geografico sulla Corea), di Yi Haeng (1478-1534) et al. 55 libri. Completata intorno al 1530, quest’opera è la fase finale, riveduta e corretta, di almeno due lavori precedenti: loYŏji sungnam (completato nel 1481), in 50 libri, e il Tongguk yŏji sungnam, del 1486, in 35 libri. Opera di carattere prevalentemente geografico, vi si trovano però anche notizie folcloristiche riferite a ciascuna delle regioni della Corea. Minjok munhwa ch’ujinoe, Seoul 2007. Sŏ, Taesŏk, Muga munhag-ŭi segye (Il mondo letterario delle canzoni sciamaniche). Chimmundang, Seoul 2011. Sŏmun, Sŏng, Han’guk kwisin iyagi (Storie di spiriti coreani). Mirae munhwasa, Seoul, 2003. Son, Chint’ae, Chosŏn minjok sŏrhwa-ŭi yŏn’gu: Minjok sŏrhwa-ŭi munhwasajŏk yŏn’gu (Studi storico-culturali sulle fiabe e i racconti popolari del popolo coreano). Ŭryu munhwasa, Seoul 1950. Song, Kiyŏl, Han-il mindam-ŭi pigyo yŏn’gu (Studio comparato fra i racconti popolari coreani e quelli giapponesi), Ilchogak, Seoul 1979. Song, Sŏkha, Han’guk minsokko (Ricerca sul folklore coreano), Ilsinsa, Seoul 1960. Such’onjip [Raccolta di scritti di Such’on (pseudonimo di Im Pang: 1640-1722)]. Sui-jŏn ilmun (I frammenti del Sui-jŏn). Edito da Kim Hyŏnyang et al. Pak Ijŏng, Seoul, 1996. Sunoji (Cronache di metà mese). 2 libri. Scritto da Hong Manjong (1643-1725) e completato nel 1678. Sinwŏn munhwasa, Seoul 2003. Taedong yasŭng (Storie non ufficiali della Corea). Autore e data ignoti. 72 libri. È una raccolta di vari scritti e opere, comprendenti anche racconti popolari, che abbracciano un periodo che va dagli inizi del periodo Chosŏn (1392) fino al regno di Injo (1623-1649). Minjok munhwa ch’ujinoe, P’aju 2008. Taedong unbugunok (Gemme raccolte tra i rimari della Corea). 20 libri. Compilato da Kwŏn Munhae (1534-1591), completato nel 1589. Minsogwŏn, Seoul 2003-2009. T’aep’yŏng hanhwagolgye-jŏn (Racconti umoristici dell’era T’aep’yŏng per vincere la noia). Originariamente forse in 4 libri, risulta oggi incompleto. Compilato da Sŏ Kŏjŏng (1420-1488), fu completato nel 1477 e pubblicato intorno al 1482. T’aehaksa, Seoul 1998. T’aep’yŏng t’ongjae (Testi comprensivi dell’Era T’aep’yŏng). Rimangono solo 12 (?) libri, più vari frammenti, testimonianze e citazioni. Il numero originario dei libri è sconosciuto. Compilato da Sŏng Im (1421-1484) sul modello dell’opera cinese Taiping guangji (Notizie ampliate dell’Era Taiping), completata nel 978 da Li Fang et al. durante la dinastia Song (960-1279). Hakkojae, Seoul, 2009. Taiping guangji (Notizie ampliate dell’Era Taiping). 500 libri. Scritto da Li Fang e altri e completato nel 978. Zhonghua shuju, Pechino, 1961. Ristampa Guxin shuju, Taibei, 1976. Yi, Kangnae, Han’gug-ŭi mindam (Racconti popolari della Corea). Munjisa, Seoul 2016. Yi, Kich’ŏl, “Han’guk-kwa It’allia-ŭi mindam pigyo yŏn’gu (Uno studio comparativo sulle fiabe italiane e le fiabe coreane)”. It’allia ŏmunhak, 18 (2006), pp. 141-159. Yŏgong p’aesŏl [Scritti “popolari” di Yŏgong (pseudonimo di Yi Chehyŏn: 1287-1367)]. 4 libri. Scritto probabilmente durante il regno di Ch’unghye (1330-32 e 1339-44) sul finire del periodo Koryŏ (919-1392). Pogosa, Seoul 2012. Yŏllyŏsil kisul [Annotazioni di Yŏllyŏsil (pseudonimo di Yi Kŭngik:1736-1806)]. Pubblicato nel 1797. Opera di carattere fondamentalmente storico, si compone di un nucleo originario in 20 libri che abbraccia un periodo che va dal regno di T’aejo (1392-1398) a quello di Hyŏnjong (1659-1674), una continuazione in 8 libri che arriva fino al regno di Sukchong (1674-1720) e 19 libri che trattano di argomenti di vario genere. Minjok munhwa ch’ujinhoe, Seoul 1982. Yongjae ch’ŏnghwa [Collezione degli scritti di Yongjae (pseudonimo di Sŏng Hyŏn: 1439-1504)]. 3 libri o 10 libri a seconda delle edizioni. Chisik mandŭnŭn chisik, Seoul 2014. Yi, Hunjong, Han’gug-ŭi chŏllae sohwa (Storielle tradizionali coreane), Tonga ilbosa, Seoul 1969. Yi, Ŏryŏng, Han’gugin-ŭisinhwa (La mitologia dei coreani), Sŏmundang, Seoul 1975. Yi, Sangno, Han’guk chŏllae tonghwa tŏkpon (Libro per la lettura dei racconti tradizionali coreani), Ŭryu munhwasa, Seoul 1962. Yi, Tuhyŏn Et Al., Han’guk minsokhak kaesŏl (Introduzione all’etnologia coreana), Minjungsŏgwan, Seoul 1974. Yun, Chup’il, “Kwisin iyagi-ŭi sŏrhwajŏk chŏnt’ong-gwa pŏmju (Tradizione fiabesca e categorie dei racconti di spiriti e fantasmi)”. Tosol ŏmun, 13 (1997), pp. 11-37. Yun, Paengnam, Chosŏn yasa chŏnjip (Raccolta completa delle storie non ufficiali della Corea), Kyeyu ch’ulp’ansa, Seoul 1934. Zeitlin, Judith T. 1997: Historian of the Strange: Pu Songling and the Chinese Classical Tale. Stanford University Press, Palo Alto, 1997. Zhao, Xiaohuan, Classical Chinese Supernatural Fiction: A Morphological History. The Edwin Mellen Press, Lewiston, NY 2005.",
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"Il Furto del Sole": {
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"_at": "A721 - Sole conservato in scatola | A721.1 - Furto del sole | A721.3 - Sole rubato restituito al cielo | A521 - Eroe culturale come inganno o imbroglione | A700.8 - Sole, luna e oscurità come i tre figli di Dio | A710 - Creazione del sole",
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"_testo": "\u003Cpoem\u003E\n[[Nascakiyetl]], il Vecchio Uomo (o Corvo) alla sorgente del Fiume Nass, era molto ricco e custodiva gelosamente tre ceste leggendarie che contenevano le Stelle, la Luna e il Sole; [[Yetl]], il Corvo, voleva averle per sè, per potersi rimirare senza difficoltà grazie alla luce che emanavano. Corvo si trasformò allora in un ago di abete (o in una goccia d'acqua) e si lasciò cadere nella brocca dell'acqua della figlia del Vecchio Uomo mentre era intenta a cogliere bacche fuori casa. La figlia rimase incinta e diede alla luce un bambino che in realtà era Corvo. Il Vecchio Uomo riempiva di premure il nipote, come accade per la maggior parte dei nonni Tlingit. Corvo ne approfittò e continuò a piangere finchè il Vecchio Uomo non gli diede la Cesta delle Stelle per calmarlo. Corvo ci giocò per un po', quindi ne apri il coperchio lasciando fuggire le Stelle attraverso il camino e su fino in cielo. Poi Corvo ricominciò a piangere per ottenere la Cesta della Luna, e alla fine per mettere a tacere tutto quel trambusto il Vecchio Uomo gliela porsee, ma premurandosi prima di tapppare la canna del camino. Corvo si rimise a giocare con la cesta, finendo col far rotolare la Luna fuori dalla porta, da cui poi raggiunse il cielo. Infine Corvo riprense a piangere per ottenere la Cesta del Sole, e con tutto quell'agitarsi e far confusione alla fine il Vecchio Uomo cedette e diede la cesta al bambino. Corvo sapeva di non poterla spingere fuori dalla porta o su per il camino, perchè l'Uomo lo sorvegliava con attenzione. Attese dunque che tutti si fossero addormentati e poi mutò nella sua forma di uccello, afferrò con il becco la cesta e poi volò fuori attraverso la canna del camino. Per mostrare agli altri increduli che lui possedeva veramente il Sole, spalancò la cesta, e così facendo il Sole fuggì fino ad arrivare in cielo, dove è rimasto fino ad oggi.\n\u003C/poem\u003E",
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"Il gallo coraggioso": {
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"_testo": "\u003Cpoem\u003EC’era una volta, tanto tanto tempo fa, un vecchio contadino povero, ma così povero, che non aveva di che sfamarsi. Gli era rimasto solo un gallo a fargli compagnia, ma l’uomo lo considerava un peso e si lamentava continuamente: - Almeno fosse una gallina, potrei avere le uova, ma un gallo non serve proprio a niente.....\nUn giorno il gallo, sempre più umiliato e amareggiato dalle parole del padrone, decise di rendersi utile e di dimostrare il suo ingegno.\nCosì si mise in cammino verso il villaggio.\nSulla strada vide un sacchettino e lo raccolse con il becco. Quale fu la sua meraviglia quando si accorse che conteneva tante monete d’oro! Tutto contento si mise a svolazzare verso casa per portare il tesoro al suo padrone. Ma, lungo il tragitto, fu assalito da due briganti che gli rubarono le monete d’oro e gettarono il gallo in un pozzo profondo.\nLo sfortunato non si perse d’animo, bevve tutta l’acqua del pozzo, così potè uscire, si mise all’inseguimento ma riuscì a raggiungere i ladri. Questi lo catturarono di nuovo e questa volta lo gettarono nel fuoco di un camino. L’animale non si perse d’animo e si salvò sputando sulle fiamme tutta l’acqua che aveva inghiottito prima. E caparbiamente si mise ancora alla ricerca del suo tesoro e all’inseguimento dei malandrini. Allora i ladri, per toglierselo di torno una volta per tutte, lo legarono ben bene e lo rinchiusero dentro una grotta: era il loro covo ed era piena di monete d’oro.\nAppena fu solo, l’intrepido animale riuscì a liberarsi, ingoiò buona parte delle monete d’oro e ritornò dal suo padrone. Fu accolto con tutti gli onori e da quel giorno il contadino lo trattò finalmente come il suo amico più prezioso.\n\u003C/poem\u003E",
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