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Biblioteca:Ovidio, Metamorfosi, Libro V

Da Il Crepuscolo degli Dei.

1 Mentre attorniato dai Cefeni l'eroico figlio di Danae
2 racconta queste storie, l'atrio della reggia si riempì
3 d'una folla in tumulto: e non è clamore che celebri
4 riti nuziali, ma che prelude alla brutalità di uno scontro.
5 Trasformato all'improvviso in una rissa, si sarebbe potuto
6 paragonare quel convito al mare, quando la furia rabbiosa
7 dei venti ne sconvolge l'acque tranquille in un vortice di flutti.
8 Davanti a tutti Fineo, temerario fautore di guerra,
9 brandiva un'asta di frassino dalla punta di bronzo, gridando:
10 "Guardami in faccia, sono qui a vendicarmi della sposa rapita,
11 e neppure le tue ali o Zeus in parvenza d'oro
12 a me ti strapperanno!". Stava già per colpire, quando Cefeo:
13 "Che fai?" urlò. "Che pazzia ti spinge, fratello,
14 a commettere un delitto? È così che a tanti meriti
15 rendi grazie? Con questo dono lo ricambi d'averla salvata?
16 Se cerchi la verità, non fu Perseo a strappartela,
17 ma l'ostilità delle Nereidi, e Ammone armato di corna,
18 e il mostro che della carne della mia carne dal mare veniva
19 a saziarsi. Tu l'hai perduta nel momento in cui
20 fu condannata a morire; a meno che tu non voglia proprio questo,
21 che lei muoia e possa tu consolarti col mio lutto.
22 Allora non basta che sia stata incatenata sotto i tuoi occhi,
23 senza che tu, zio e fidanzato, le portassi il minimo aiuto;
24 ti duoli perfino che qualcuno l'abbia salvata
25 e vuoi strappargli la ricompensa? Se questa ti sembra eccessiva,
26 avresti dovuto sottrarla tu a quello scoglio dov'era affissa.
27 Lascia che chi l'ha salvata, impedendo che invecchiassi solo,
28 si prenda il premio pattuito a voce per i suoi meriti, e cerca
29 di capire che non a te è stato anteposto, ma a morte sicura".
30 Quello non rispose; ma volgendo lo sguardo ora al fratello
31 ora a Perseo, non ha ben chiaro chi dei due colpire;
32 poi, dopo un attimo di esitazione, con tutte le forze
33 che gli dà l'ira, a vuoto scaglia contro Perseo l'asta,
34 che si conficca nel letto. Solo allora in piedi balzò
35 Perseo, che inferocito avrebbe, riscagliando l'arma,
36 squarciato il petto al nemico, se questi non si fosse rifugiato
37 dietro l'altare, che con infamia salvò lo scellerato.
38 Ma non fu colpo a vuoto e la punta s'infisse in fronte a Reto,
39 che stramazzò e, come il ferro si divelse dal cranio,
40 con l'ultime convulsioni imbrattò di sangue la mensa imbandita.
41 È la scintilla: una rabbia indomabile infiamma la folla:
42 chi scaglia dardi e chi grida che con il genero
43 si debba uccidere Cefeo. Ma quest'ultimo era fuggito
44 ormai dal palazzo, dopo aver giurato su lealtà e giustizia,
45 sugli dei degli ospiti, che tutto accadeva contro il suo volere.
46 Presente era Pallade animosa a proteggere con l'egida
47 il fratello e a infondergli coraggio. E c'era Ati, un indiano
48 che si diceva nato in acque cristalline da Limnee, figlia
49 del fiume Gange. Di bellezza stupenda, esaltata dallo sfarzo
50 delle vesti, nel fiore dei suoi sedici anni, indossava
51 un mantello di Tiro tutto orlato di una banda d'oro;
52 monili dorati gli ornavano il collo e un diadema
53 gli incoronava i capelli intrisi di mirra.
54 Abile come pochi a centrare col giavellotto
55 i bersagli più lontani, lo era ancor di più a tendere l'arco.
56 E anche allora ne stava con la mano flettendo le corna,
57 quando Perseo lo colpì con un ceppo raccolto fumante
58 sull'ara, fracassandogli il cranio e sfigurandolo in volto.
59 Come lo vide sbarrare quegli occhi incantevoli in mezzo al sangue,
60 l'assiro Licabas, suo inseparabile e fedele compagno,
61 che mai aveva nascosto di nutrirgli sincero affetto,
62 pianse Ati che, soccombendo alla tremenda ferita, esalava
63 l'ultimo respiro; poi afferrato l'arco teso dall'amico:
64 "Con me dovrai ora misurarti" gridò, "e non potrai rallegrarti
65 a lungo della morte di questo ragazzo, che ti porta
66 più vergogna che gloria". Non si era ancora zittito,
67 che già la freccia acuminata era scoccata dalla corda,
68 ma, schivata da Perseo, s'impigliò nelle pieghe della sua veste.
69 Il nipote di Acrisio gli rivolse allora contro quella spada
70 che mise a morte Medusa e gliela ficcò nel petto:
71 ormai morente, con gli occhi smarriti nelle nebbie della notte,
72 Licabas si volse a cercare Ati e si abbandonò sul suo corpo,
73 portando tra le ombre il conforto d'essergli morto accanto.
74 Qui, smaniosi di combattere, caddero scivolando nel sangue,
75 che a fiumi impregnava la terra e la intiepidiva, Forbas di Siene,
76 figlio di Metione, e Anfimedonte di Libia; quando poi
77 cercarono di rialzarsi, a loro l'impedì
78 la spada, ficcata a Forbas nella gola e tra le costole all'altro.
79 Ma non con la falce della spada Perseo assalì Erito,
80 figlio di Actore, che brandiva una grande scure a doppia lama:
81 con entrambe le mani sollevò un cratere enorme
82 a figure sbalzate, pesantissimo e massiccio,
83 e glielo scagliò contro: vomitò quello un fiotto rosso di sangue
84 e cadendo supino batté a morte col capo la terra.
85 Abbatté quindi Polidegmone, della stirpe di Semiramide,
86 Abari del Caucaso e Liceto, figlio dello Spercheo,
87 Elice dai lunghi capelli intonsi, e Flegia e Clito,
88 calpestando cumuli sempre più alti di moribondi.
89 Fineo, non osando misurarsi corpo a corpo con l'avversario,
90 gli vibrò contro un giavellotto, che per errore piombò su Ida,
91 rimasto neutrale e invano estraneo allo scontro.
92 Fissando con occhi torvi il bieco Fineo, Ida gli urlò:
93 "Visto che sono costretto a prendere partito, tienti, Fineo,
94 il nemico che ti sei fatto e compensa colpo con colpo!".
95 E già stava per riscagliare l'arma estratta dal suo corpo,
96 quando crollò, afflosciandosi sulle membra ormai prive di sangue.
97 Lì cadde anche Odite, il più illustre dei Cefeni dopo il re,
98 sotto la spada di Clìmeno. Ipseo colpì Protoenore,
99 ma Perseo lo colpì a sua volta. Presente era pure Emazione,
100 un vegliardo amante della giustizia e timorato degli dei:
101 poiché l'età gli impediva di battersi, aggrediva e combatteva
102 con la parola, inveendo contro quella battaglia sciagurata.
103 Ma mentre cingeva con le braccia tremanti l'ara, Cromi
104 con la spada gli mozzò il capo, che rotolò sull'altare:
105 lì con la lingua ormai esanime lanciò parole
106 di esecrazione esalando l'anima in mezzo al fuoco.
107 E per mano di Fineo caddero i gemelli Brotea e Ammone
108 (quest'ultimo invincibile nel pugilato: ma che possono
109 i pugni contro le spade?), e cadde Ampico, sacerdote
110 di Cerere, con le tempie cinte di una candida benda;
111 e anche tu, figlio di Làmpeto, certo non adatto a queste cose,
112 ma ad accompagnare, in spirito di pace, la cetra con la voce:
113 ti avevano invitato ad allietare col canto convito e festa.
114 Mentre se ne stava in disparte, reggendo l'innocuo plettro,
115 Pedaso con scherno gli disse: "Canta il resto ai Mani
116 dello Stige!", e gli piantò un pugnale nella tempia sinistra.
117 Cadde, e con le dita ormai spente sfiorò ancora una volta le corde
118 della lira: fu sventura che ne uscisse un lamento funebre.
119 Furente, Licorma non tollerò che fosse ucciso impunemente:
120 divelta dallo stipite di destra una spranga di quercia,
121 in pieno l'abbatté sulla nuca di Pedaso,
122 che crollò bocconi a terra come un giovenco colpito dal maglio.
123 Pelate, nato in riva al Cinife, tentava a sua volta di svellere
124 lo stipite sinistro, e in quel tentativo Corito di Marmarica
125 gli trafisse la destra con la lancia, inchiodandola al legno.
126 Così immobilizzato, Abas lo colse al fianco: non cadde,
127 ma penzolò morente dal battente che tratteneva la mano.
128 E abbattuto è Melaneo, schieratosi al fianco di Perseo,
129 abbattuto è Dorila, latifondista di Nasamonia:
130 Dorila, così ricco di poderi, che di più vasti nessuno
131 ne possedeva o raccoglieva pari quantità d'incenso.
132 L'asta scagliatagli contro gli si piantò di traverso nell'inguine:
133 un punto mortale, quello. Quando il suo feritore,
134 Alcioneo di Battra, lo vide rantolare e rovesciare
135 gli occhi: "Di tanta terra che possiedi" gli urlò, "tienti
136 questo brandello su cui giaci!", e lo lasciò cadavere.
137 Per vendicarlo il pronipote di Abante strappò dalla ferita
138 ancora calda l'asta e gliela ritorse contro: trafitto il naso,
139 gli uscì dalla nuca, sporgendo avanti e dietro.
140 E finché la fortuna gli guidò la mano, fulminò
141 con ferite diverse Clizio e Clani, figli di una stessa madre:
142 vibrata da un braccio possente, un'asta trapassò
143 entrambe le cosce a Clizio; Clani morse coi denti un giavellotto.
144 E perì Celadone di Mendes; perì Astreo,
145 di madre palestinese e di padre incerto;
146 Etione, maestro nel prevedere il futuro,
147 ma questa volta ingannato da falsi presagi; Toacte,
148 scudiero del re, e Agirte, esecrato per aver ucciso il padre.
149 Il più però resta da fare: volontà di tutti è quella
150 d'annientare lui solo: unite in una causa che è un insulto
151 a merito e lealtà, da ogni parte l'incalzano intere schiere.
152 Dalla parte di Perseo sono il suocero, inutilmente leale,
153 e la sposa con sua madre, che riempiono l'atrio di pianti:
154 ma li sovrasta il fragore delle armi e il gemito dei caduti,
155 mentre nella casa profanata Bellona
156 riversa fiumi di sangue, alimentando di continuo la mischia.
157 Contro un uomo solo si stringono Fineo e i mille che lo seguono;
158 volano i dardi più fitti che d'inverno la grandine,
159 sfiorandogli entrambi i fianchi, sfiorandogli occhi e orecchie.
160 Perseo allora appoggia la schiena al marmo di una grande colonna,
161 e con le spalle al riparo, col viso rivolto contro gli armati,
162 sostiene l'attacco. Da sinistra l'assale
163 Molpeo di Caonia, da destra Echemmone di Nabatea.
164 Come una tigre che, rosa dai morsi della fame,
165 ode in valli diverse muggire due armenti e non sa
166 quale assalire per primo, smaniando d'assalirli entrambi,
167 così Perseo, incerto se gettarsi a dritta o a manca,
168 si sbarazza di Molpeo trafiggendogli una gamba
169 e si accontenta che fugga, perché non gli dà tregua Echemmone
170 e infuria, cerca di colpirlo in alto al collo,
171 ma, calcolato male lo slancio, spezza la spada
172 urtando con violenza la superficie della colonna:
173 la lama schizza via e si conficca nella gola del padrone.
174 Quella ferita tuttavia non basta a causarne la morte:
175 mentre barcolla e invano tende le braccia indifese,
176 Perseo gli affonda in corpo l'arma adunca donatagli da Ermes.
177 Quando però si accorse che al numero stava per soccombere
178 il valore: "Poiché voi stessi", disse, "a ciò mi costringete,
179 chiederò aiuto al nemico. Se un amico vi è tra voi,
180 volga altrove lo sguardo"; e in alto levò la testa di Gorgone.
181 "Cerca qualcun altro che si spaventi ai tuoi prodigi", gli rispose
182 Tescelo, e stava per scagliare un giavellotto micidiale,
183 ma restò immobilizzato in quell'atto, come una statua di marmo.
184 Accanto a lui, Ampico si avventava con la spada contro il petto
185 traboccante coraggio dell'erede di Linceo: nell'avventarsi
186 gli si irrigidì la destra e più non si mosse, né avanti né indietro.
187 Ed ecco Nileo, che si spacciava figlio del Nilo
188 diviso in sette foci, tanto da farsi cesellare lo scudo
189 con sette rami di fiume, parte in argento e parte in oro:
190 "Guarda, Perseo," disse, "chi è il capostipite della mia gente:
191 tra le ombre silenziose d'oltretomba gran conforto ti sarà
192 esser caduto per mano di tanto eroe!". Nel pronunciare
193 l'ultima frase, la voce si smorzò e avresti detto che, aperta,
194 la bocca volesse parlare, ma sfogo non dava alle parole.
195 Tuonando contro costoro: "Non per il potere di Gorgone",
196 gridò Erice, "v'intorpidite, ma per mancanza di coraggio!
197 Via, via, con me! abbattete quel giovane che brandisce magie!".
198 Pronto all'attacco era: il suolo trattenne i suoi passi
199 e come una pietra immobile rimase, una statua in armi.
200 Questi in verità meritata avevano la pena; ma ci fu
201 un soldato di Perseo, Aconteo, che mentre per lui si batteva,
202 faccia a faccia si trovò con Gorgone e si contrasse in pietra.
203 Astiage, credendolo ancora vivo, lo colpì di taglio
204 con la spada e questa risuonò con stridulo tintinnio.
205 Ancora sgomento, Astiage subì la medesima metamorfosi
206 e sul viso ormai di marmo si fissò un'espressione di stupore.
207 Troppo tempo ci vorrebbe per elencare i nomi dei guerrieri
208 meno in vista. Duecento ne restavano da battere:
209 duecento corpi alla vista di Gorgone impietrirono.
210 Solo allora Fineo si pentì di quell'iniqua battaglia.
211 Ma che poteva fare? Vedeva statue in pose diverse,
212 riconosceva i suoi e, chiamandoli ciascuno per nome,
213 chiedeva aiuto, non credendo ai propri occhi,
214 toccava i più vicini: marmo. Si volse e tendendo
215 di traverso mani e braccia, come chi supplica e ammette la colpa:
216 "Hai vinto, Perseo! Deponi il tuo mostro, occulta il volto
217 che pietrifica di questa tua Medusa, qualunque cosa sia;
218 occultalo, ti prego! Non mi ha spinto a guerra l'odio
219 o l'ambizione di regnare: per la mia sposa ho preso le armi.
220 A tuo favore stanno i meriti, al mio la precedenza.
221 Mi pento di non aver ceduto: nient'altro accordami
222 oltre la vita, insuperabile guerriero: il resto prendilo!".
223 E parlava senza avere il coraggio di guardare in volto
224 chi implorava. "Pavidissimo Fineo", gli rispose quello,
225 "ti concederò quanto posso concederti ed è un gran dono
226 per un vile, non temere: nessun'arma ti scalfirà.
227 Al contrario, ti donerò un monumento che rimanga nei secoli:
228 sempre ti si potrà ammirare nella casa di mio suocero,
229 perché mia moglie si consoli col ritratto del suo pretendente."
230 Così disse, e nella direzione in cui aveva Fineo sgomento
231 spinto il suo viso, spostò la testa della figlia di Forco.
232 Anche allora egli cercò di rivolgere altrove lo sguardo:
233 il collo s'irrigidì, le sue lacrime si fecero di pietra;
234 e nel marmo rimasero fissati un'espressione di terrore,
235 lo sguardo implorante, le mani tese in preghiera e un'aria umiliata.
236 Trionfante, Perseo rientrò con la sposa nelle mura paterne
237 e per rimettere sul trono e vendicare il nonno,
238 sia pure indegno, aggredì Preto, che aveva cacciato con le armi
239 il fratello Acrisio, impossessandosi della sua città.
240 E a vincere il torvo sguardo del mostro col capo cinto di serpi
241 non gli valse né l'aiuto delle armi né la rocca usurpata.
242 Malgrado ciò tu, Polidecte, re della minuscola Serifo,
243 non t'eri arreso al valore del giovane, mostrato in tante gesta,
244 né alle sue traversie: spietato, continuavi a nutrire per lui
245 un odio implacabile, perché la malvagità non ha confini.
246 Infamavi persino la sua gloria, sostenendo che la morte
247 di Medusa era un'invenzione. "Ti darò la prova!
248 Guardino altrove gli altri!", disse Perseo e col volto di Medusa
249 in pietra senza sangue tramutò il volto del re.
250 Sin qui al fianco del fratello, nato da una pioggia d'oro,
251 si era stretta Pallade; ma da Serifo, nascosta in una nube,
252 l'abbandonò, lasciando a destra Citno e Giaro,
253 e per la via che le parve più breve sul mare, raggiunse Tebe
254 e l'Elicona delle Muse. Arrivata sul monte,
255 si fermò, rivolgendo la parola a quelle sapienti sorelle:
256 "Alle mie orecchie è giunta notizia di una nuova fonte,
257 fatta scaturire dal duro zoccolo di Pegaso.
258 Per questo sono qui: volevo visitare questa meraviglia,
259 perché ho visto nascere il cavallo alato dal sangue di Medusa".
260 Le rispose Urania: "Qualunque sia il motivo per cui tu visiti
261 questa nostra dimora, o dea, lietissime ne siamo.
262 E la notizia è vera: sì, fu Pegaso a far scaturire
263 questa fonte". E condusse Pallade alla sacra polla.
264 A lungo lei ammirò le linfe sgorgate dai colpi di zoccolo,
265 contemplò tutt'intorno i recessi delle foreste secolari,
266 le grotte e i prati punteggiati d'innumerevoli fiori,
267 rallegrandosi con le figlie di Mnemosine per l'arte loro
268 e il luogo. E una delle sorelle così le si rivolse:
269 "O dea del Tritone, che avresti fatto parte della nostra schiera,
270 se il tuo valore non t'avesse assegnato a compiti più importanti,
271 dici il vero e a ragione lodi le arti nostre e i nostri luoghi.
272 Siamo fortunate, sì, purché noi si possa vivere tranquille.
273 Ma tutto turba la nostra mente di vergini (niente davvero
274 s'oppone all'empietà): nei miei occhi ancora aleggia l'immagine
275 del perfido Pireneo ed io del tutto non mi sono ripresa.
276 Con soldati di Tracia quel malvagio aveva conquistato DAulide
277 e le campagne della Focide e vi regnava senza diritto.
278 Noi eravamo dirette ai templi del Parnasso; ci vide
279 e simulando venerazione per la nostra divinità:
280 "Figlie di Mnemosine" disse (ci aveva infatti riconosciuto),
281 "fermatevi qui, non temete, vi prego, a evitare in casa mia
282 il maltempo e la pioggia" (diluviava): "gli dei non disdegnano
283 di rifugiarsi in umili capanne". Convinte dalle parole
284 e dal tempo, accettammo l'invito entrando nell'atrio.
285 La pioggia cessò e, vinto dall'Aquilone l'Austro,
286 le nuvole nere fuggivano per il cielo schiarito.
287 Smania ci prese di partire. Pireneo sbarrò le porte
288 e tentò di farci violenza: mettendo le ali gli sfuggimmo.
289 E lui con l'intenzione d'inseguirci, salito in cima alla rocca:
290 "Dov'è la vostra strada," gridò, "là sarà la mia!"
291 e come un pazzo si buttò dalla sommità della torre:
292 cadde a capofitto, frantumandosi il cranio contro il suolo;
293 morendo, lo imbrattò del proprio sangue scellerato".
294 La Musa stava parlando: nell'aria si udì un fruscio d'ali
295 e dalla cima dei rami vennero voci di saluto.
296 La figlia di Zeus sollevò gli occhi, chiedendosi chi emettesse
297 suoni tanto articolati e ritenne che fosse un uomo a parlare.
298 Erano uccelli: gazze, che rifanno a tutti il verso e che, posate,
299 nove in tutto, sui rami, si lamentavano del loro destino.
300 A Pallade stupita così disse l'altra dea: "Vedi, costoro,
301 vinte in gara, hanno or ora ingrossato lo stuolo degli uccelli.
302 Le generò il ricco Pìero nella terra di Pella; madre loro
303 fu Evippe di Peonia: nove volte invocò Lucina,
304 perché coi suoi poteri nove volte l'aiutasse a partorire.
305 Scioccamente orgogliose del loro numero, le sorelle,
306 passando per diverse città dell'Emonia e dell'Acaia
307 vennero qui e ci sfidarono a tenzone con queste parole:
308 "Smettetela d'ingannare la gente ignorante con gli incantesimi
309 del vostro fascino: gareggiate con noi, se ne avete il coraggio,
310 o dee di Tespie. Né per virtù di voce o d'arte ci vincerete
311 e siamo nove come voi. Se vi batteremo, abbandonerete
312 nella terra degli Ianti la fonte Aganippe e quella di Pegaso;
313 nel caso contrario, abbandoneremo noi le terre dell'Emazia
314 sino a quelle innevate di Peonia. Arbitre siano le ninfe".
315 Un'onta era gareggiare, ma un'onta maggiore ci parve
316 non accettare. Le ninfe elette giurarono sui fiumi
317 e presero posto su sedili fatti di pietra viva.
318 Allora, senza sorteggio, la prima di loro disposta a battersi
319 cantò le guerre dei celesti, glorificando senza alcun merito
320 i Giganti e sminuendo le grandi imprese degli dei.
321 Diceva che Tifone, emerso dalle profondità della terra,
322 aveva terrorizzato i celesti al punto da volgerli in fuga,
323 finché, sfiniti, non li accolse la terra d'Egitto ,
324 dove il Nilo si ramifica in sette foci.
325 E che Tifone, figlio della Terra, giunse fin là,
326 costringendo gli dei a celarsi sotto mentite spoglie:
327 "Guida del branco", disse, "divenne Zeus, per cui in Libia
328 ancor oggi Ammone è raffigurato con corna ricurve;
329 il dio di Delo si mutò in corvo, il figlio di Semele in capro,
330 la sorella di Febo in gatta; in nivea vacca si celò la figlia
331 di Crono, Afrodite in pesce e nelle piume di un ibis Ermes".
332 Qui, accompagnandosi con la cetra, terminò il suo canto;
333 toccava a noi dell'Aonia. Ma tu forse hai da fare
334 e non hai tempo di ascoltare quello che cantammo".
335 "Non preoccuparti e riferiscimi per intero il vostro canto",
336 le rispose Pallade, sedendosi nella penombra del bosco.
337 Riprese la Musa: "Affidammo a una sola il compito della gara:
338 si alza Calliope e, raccolti con un tralcio d'edera i capelli,
339 dopo aver saggiato col pollice la sonorità delle corde,
340 con i loro accordi accompagna questo canto:
341 Per prima Cerere smosse col vomere dell'aratro le zolle,
342 per prima diede in coltura alla terra messi e frutti,
343 per prima diede leggi: a Cerere dobbiamo tutto.
344 Lei devo cantare; volesse almeno il cielo che potessi
345 dedicare versi degni a una dea così degna di un carme.
346 Immensa sulle membra di un gigante si distende l'isola
347 di Trinacria: sotto il suo enorme peso tiene schiacciato
348 Tifone, che aveva osato aspirare alle sedi dei celesti.
349 Lui, è vero, si agita dibattendosi per rialzarsi,
350 ma sopra la sua mano destra sta Peloro, vicino all'Ausonia,
351 sopra la sinistra tu, Pachino; Lilibeo gli preme le gambe,
352 sopra il capo gli grava l'Etna; e Tifone riverso sul fondo
353 dalla bocca inferocito erutta lava e vomita fiamme.
354 Spesso si sforza di rimuovere la crosta che l'opprime
355 e di scrollarsi di dosso città e montagne:
356 allora trema la terra e persino il re dei morti teme
357 che il suolo si squarci, che una voragine ne riveli i segreti
358 e che la luce irrompendo semini tra le ombre terrore e caos.
359 Proprio temendo queste calamità il sovrano era uscito
360 dal regno delle tenebre e su un cocchio aggiogato a neri cavalli
361 percorreva la Sicilia per saggiarne le fondamenta.
362 Convinto ormai che nessun luogo vacillava, si tranquillizzò,
363 quando in questo suo vagare dal monte Erice, dove viveva,
364 lo vide Afrodite che, stretto a sé il suo figliolo alato, disse:
365 "Armi e braccio mio, tu, figliolo, tu che incarni il mio potere,
366 prendi quell'arco con cui vinci tutti, mio Eros,
367 e scaglia le tue frecce folgoranti in petto al dio,
368 che l'ultimo dei tre regni ha avuto in sorte.
369 Alla tua mercé tu sai ridurre i celesti, Zeus stesso,
370 le divinità del mare e persino chi su loro regna:
371 perché l'Averno fa eccezione? Perché non estendi il tuo dominio
372 e quello di tua madre? In gioco è la terza parte del mondo.
373 E invece in cielo, ecco il frutto della mia pazienza,
374 sono derisa e a nulla col mio si riduce il potere di Amore.
375 Non vedi che Pallade e Artemide cacciatrice
376 mi scansano? Anche la figlia di Cerere, se non si interviene,
377 rimarrà vergine: non è questa la sua aspirazione?
378 E tu in nome del nostro regno, se un poco ti sta a cuore,
379 fai che la dea si congiunga allo zio". Così Afrodite; e quello,
380 sciolta la faretra, per ubbidire alla madre, fra mille
381 scelse una freccia, che più acuminata, più stabile
382 e più sensibile all'arco nessun'altra avrebbe potuto essere.
383 Puntando un ginocchio, tese le braccia elastiche dell'arco
384 e con la punta dell'asta colpì Ade dritto al cuore.
385 Non lontano dalle mura di Enna c'è un lago dalle acque profonde,
386 che ha nome Pergo: neppure il Caìstro nel fluire
387 della sua corrente sente cantare tanti cigni.
388 Un bosco fa corona alle sue acque, cingendole da ogni lato,
389 e con le fronde, come un velo, filtra le vampe del sole.
390 Frescura dona il fogliame, fiori accesi l'umidità del suolo:
391 una primavera eterna. In questo bosco Persefone
392 si divertiva a cogliere viole o candidi gigli,
393 ne riempiva con fanciullesco zelo dei cestelli e i lembi
394 della veste, gareggiando con le compagne a chi più ne coglieva,
395 quando in un lampo Ade la vide, se ne invaghì e la rapì:
396 tanto precipitosa fu quella passione. Atterrita la dea
397 invocava con voce accorata la madre e le compagne,
398 ma più la madre; e poiché aveva strappato il lembo inferiore
399 della veste, questa s'allentò e i fiori raccolti caddero a terra:
400 tanto era il candore di quella giovane, che nel suo cuore
401 di vergine anche la perdita dei fiori le causò dolore.
402 Il rapitore lanciò il cocchio, incitando i cavalli,
403 chiamandoli per nome, agitando sul loro collo
404 e sulle criniere le briglie dal fosco colore della ruggine;
405 passò veloce sul lago profondo, sugli stagni dei Palìci
406 che esalano zolfo e ribollono dalle fessure del fondale,
407 e là, dove i Bacchiadi, originari di Corinto che si specchia
408 in due mari, eressero le loro mura tra due insenature.
409 Tra le fonti Ciane e Aretusa Pisea c'è un tratto di mare,
410 che si restringe, racchiuso com'è tra due strette lingue di terra:
411 qui, notissima fra le ninfe di Sicilia,
412 viveva Ciane e da lei prese nome anche quella laguna.
413 Dai flutti emerse la ninfa sino alla vita,
414 riconobbe la dea: "Non andrete lontano," disse;
415 "genero di Cerere non puoi essere, se lei non acconsente:
416 chiederla tu dovevi, non rapirla. Se mi è lecito
417 paragonare grande e piccolo, anch'io fui da Anapi amata,
418 ma fui sua sposa dopo che ne fui pregata, non terrorizzata".
419 Così disse, e allargando le braccia cercò
420 di fermarli. Il figlio di Crono non trattenne più la sua rabbia:
421 aizzando i terribili cavalli, brandisce con tutto il vigore
422 del braccio lo scettro regale e l'immerge nelle profondità
423 dei gorghi: a quel colpo un varco sino al Tartaro si aprì nella terra
424 e il cocchio sprofondò nella voragine scomparendo alla vista.
425 Addolorata per il rapimento della dea e per l'oltraggio
426 inferto alla fonte, Ciane ammutolì serrando nel proprio cuore
427 l'inconsolabile ferita: tutta in lacrime si strusse
428 e si dissolse in quelle acque delle quali una divinità
429 insigne era stata innanzi. Avresti visto snervarsi le sue membra,
430 le ossa flettersi, le unghie perdere durezza;
431 e per prime si sciolsero le parti più sottili:
432 i capelli color del mare, le dita, i piedi e le gambe
433 (basta un attimo per mutare in acque gelide
434 l'esilità delle membra). Poi furono le spalle, il dorso, i fianchi,
435 il petto ad andarsene, svanendo in rivoli evanescenti;
436 infine in luogo del sangue vivo penetra l'acqua nelle vene
437 in dissoluzione e nulla più rimane che si possa afferrare.
438 Intanto Cerere, angosciata, in ogni terra,
439 in ogni mare cercava invano la figlia.
440 Mai Aurora, affacciandosi coi suoi capelli roridi,
441 la vide in pace, mai Vespero. Accese due torce di pino
442 alle fiamme dell'Etna, vagò senza requie,
443 tenendone una in ogni mano, nel gelo della notte;
444 e ancora, quando la luce del sole rese pallide le stelle,
445 cercava la figlia da ponente a levante.
446 Sfinita dalla fatica, era tormentata dalla sete
447 (a nessuna fonte aveva bagnato le labbra), quando per caso
448 vide una capanna di paglia: bussò alla piccola porta. Ed ecco:
449 ne esce una vecchia, che vedendola implorare un sorso d'acqua,
450 le porse una bevanda dolce insaporita con orzo tostato.
451 Mentre beveva quel dono, un ragazzo sfacciato e insolente
452 le si fermò davanti, scoppiò a ridere e la chiamò ingorda.
453 Si offese la dea e, senza terminare di bere,
454 gli getta in faccia, mentre parla, il liquido con l'orzo.
455 Al ragazzo il volto si coprì di macchie, e se prima aveva braccia,
456 ora gli sono zampe, e alle membra mutate si aggiunge una coda;
457 perché poi non potesse più nuocere, il corpo si contrasse
458 sino a ridursi in misura più piccolo di una lucertola.
459 Di fronte alla vecchia che, inebetita dal prodigio, piange e cerca
460 di toccarlo, egli fuggì in cerca di un rifugio, e si ebbe un nome
461 appropriato all'aspetto del corpo, che era costellato di chiazze.
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462 Troppo lungo sarebbe indicare tutte le terre e i mari
463 che alla ricerca percorse la dea: le venne meno il mondo.
464 Ritornò in Sicilia e, mentre camminando scrutava in ogni luogo,
465 arrivò nei pressi di Ciane, che tutto le avrebbe raccontato,
466 se non si fosse trasformata e che, per quanto volesse parlare,
467 non aveva bocca e lingua, né altro per potersi esprimere.
468 Ciò malgrado le fornì un indizio inequivocabile, mostrandole
469 a pelo d'acqua una cintura a lei ben nota, che in quel punto
470 era per caso caduta a Persefone tra i flutti sacri.
471 Non appena la riconobbe, come se solo allora intuisse
472 ch'era stata rapita, la dea si strappò i capelli scarmigliati
473 e ripetutamente si percosse il petto con le mani.
474 Ancora non sa dove sia, e maledice tutte le contrade
475 della terra, chiamandole ingrate e indegne del dono delle messi,
476 e più di tutte la Trinacria, dove aveva scoperto le tracce
477 della disgrazia. E lì con mano spietata spezzò gli aratri
478 che rivoltano le zolle, furibonda condannò a morte
479 uomini e buoi insieme, e impose ai seminati di tradire
480 le speranze in essi riposte avvelenando le sementi.
481 La fertilità di quella regione, decantata in tutto il mondo,
482 è smentita e distrutta: le messi muoiono già in germoglio,
483 guastandosi per troppo sole o troppa pioggia;
484 stelle e venti le rovinano, con avidità gli uccelli
485 ne beccano nei solchi i semi; loglio, rovi
486 e inestirpabile gramigna soffocano il suo frumento.
487 Dalle acque dell'Elide la ninfa amata da Alfeo sollevò allora
488 il capo e, scostatesi le chiome stillanti indietro dalla fronte,
489 disse: "O madre della vergine che hai cercato in tutto l'universo,
490 o madre delle messi, interrompi la tua fatica senza fine
491 e per la collera non adirarti con la terra a te fedele.
492 Non ha colpe la terra: suo malgrado si è dischiusa al rapitore.
493 Non ti supplico per la mia patria: qui sono un'ospite;
494 la mia patria è Pisa, dall'Elide io vengo.
495 Straniera sono in Sicilia; ma questa regione mi è cara
496 più d'ogni altra: ora col nome di Aretusa ho qui la mia dimora,
497 questa è la mia terra, e tu, che sai essere così mite, risparmiala!
498 Perché mi sia trasferita lungo la vastità del mare
499 per giungere in Ortigia, verrà il momento opportuno
500 di narrarlo quando avrai superato questa angoscia
501 e più sereno sarà il tuo volto. Per farmi passare, la terra
502 mi schiude un cammino ed io scorrendo nei suoi profondi abissi,
503 qui riemergo a rivedere le stelle quasi dimenticate.
504 E passando sottoterra tra i gorghi dello Stige,
505 ho visto laggiù con i miei occhi la tua Persefone:
506 triste, sì, e con l'aria ancora un po' spaventata,
507 ma regina, suprema entità di quel mondo tenebroso,
508 consorte incontrastata del re dell'Averno".
509 A quella rivelazione la madre rimase di sasso
510 e a lungo come paralizzata, ma poi quando lo stordimento
511 fu sostituito da un dolore non meno profondo, col cocchio
512 si lanciò verso gli spazi del cielo. Lì, rannuvolata in volto,
513 piena d'odio, si parò coi capelli arruffati davanti a Zeus
514 e: "Per il sangue mio e tuo" disse, "vengo, Zeus,
515 a supplicarti. Se non v'è riguardo per la madre,
516 che il padre abbia almeno a cuore sua figlia; e spero che l'averla
517 partorita io non t'induca ad occupartene di meno.
518 Ecco che dopo tanto cercare l'ho alfine ritrovata,
519 se chiami ritrovare il perdere con più certezza o chiami
520 ritrovare il sapere dove sia finita. Rapita? pazienza,
521 purché lui me la renda: tua figlia non può avere un predone
522 per marito, anche se come mia figlia lo potesse!".
523 Rispose Zeus: "Da comune affetto e obblighi siamo legati
524 entrambi a questa figlia; ma se vuoi dare alle cose
525 il giusto nome, non è un affronto ciò che è accaduto,
526 è frutto dell'amore; ed io non mi vergognerò di un tale genero,
527 se anche tu, dea, lo vuoi. Pur se il resto gli mancasse, che titolo
528 essere fratello di Zeus! Ma il resto poi non gli manca,
529 e inferiore mi è solo per sorte. Però se desideri tanto
530 che si separino, Persefone rivedrà il cielo,
531 ma a una condizione precisa: che lei non abbia laggiù toccato
532 cibo alcuno con la sua bocca: questo hanno decretato le Parche".
533 Così disse; ma se Cerere era certa di riottenere la figlia,
534 non lo permetteva il destino, perché la vergine aveva rotto
535 il digiuno: mentre innocentemente si aggirava in un giardino,
536 da un ramo spiovente aveva colto una melagrana
537 e staccati sette granelli dal pallido involucro,
538 li aveva succhiati con le labbra. L'unico a vederla fu Ascalafo,
539 che, a quanto si dice, Orfne, non certo la più sconosciuta
540 tra le ninfe dell'Averno, aveva dal suo amato Acheronte
541 partorito nel folto di una selva oscura.
542 La vide e con la sua spietata delazione ne impedì il ritorno.
543 Mandò un gemito la regina dell'Erebo e mutò il testimone
544 in uccello di sventura: irrorato dall'acqua del Flegetonte,
545 il capo assunse becco, piume ed occhi enormi.
546 Sottratto a sé stesso, s'ammantò d'ali fulve,
547 gli crebbe il capo e le unghie allungandosi s'incurvarono in artigli:
548 a stento agitava le penne spuntategli sulle braccia inerti.
549 Diventò un uccello sinistro, messaggero di lutti imminenti,
550 un gufo indolente, presagio di calamità per i mortali.
551 Costui però s'era meritato, a quanto pare, la pena
552 parlando troppo e facendo la spia: ma perché voi, Sirene,
553 avete penne e zampe d'uccello, con volto di fanciulla?
554 Forse perché, quando Persefone coglieva fiori in primavera,
555 voi, sapienti figlie di Acheloo, foste fra le sue compagne?
556 Dopo averla cercata invano per tutta la terraferma,
557 perché anche il mare sapesse quanto eravate angosciate, ecco che
558 desideraste di potervi reggere sui flutti remigando
559 con le ali e, trovati gli dei ben disposti, d'un tratto
560 vi vedeste gli arti farsi biondi di penne.
561 Ma perché al vostro famoso canto, fatto per ammaliar l'udito,
562 perché al talento delle vostre labbra non mancasse l'espressione,
563 vi rimasero volto di fanciulla e voce umana.
564 Quanto a Zeus, arbitro tra il fratello e la sorella in lacrime,
565 divise il corso dell'anno in due parti uguali:
566 ora la dea, divinità comune ai regni di cielo ed Averno,
567 vive sei mesi con la madre e sei con il marito.
568 E subito lei cambia d'umore e d'aspetto:
569 se sino allora poteva apparire cupa persino a Ade,
570 ora ha la fronte lieta, come il sole che, prima coperto
571 da nubi di pioggia, fra squarci di nubi s'affaccia.
572 L'alma Cerere, rasserenata per aver riavuto la figlia,
573 ti chiede, Aretusa, perché fuggisti e consacrata sei sorgente.
574 Tacquero le acque; dal fondo dei gorghi la dea sollevò
575 il capo, si asciugò con la mano i verdi capelli
576 e incominciò a narrare gli antichi amori del fiume Alfeo.
577 "Una delle ninfe che vivono in Acaia io ero," disse,
578 "e nessun'altra con più passione andava di balza in balza,
579 nessun'altra con più passione tendeva le reti.
580 E sebbene non avessi mai preteso d'essere bella,
581 malgrado la mia prestanza, bella ero considerata.
582 Ma le lodi eccessive al mio aspetto non m'inorgoglivano,
583 e mentre ad altre capita di goderne, io, semplice e scontrosa,
584 delle mie doti arrossivo e se piacevo lo stimavo una colpa.
585 Tornavo affaticata, ricordo, dalla foresta di Stinfalo.
586 C'era un caldo afoso e la mia stanchezza ne aumentava il peso.
587 M'imbatto in un fiume che scorreva senza vortici e mormorii,
588 così limpido che dall'alto avresti potuto in fondo al suo letto
589 contare i sassolini, facendoti dubitare che fluisse.
590 Pallidi salici e pioppi nutriti dall'umidità stendevano
591 sulle rive in declivio il naturale espandersi dell'ombra.
592 Mi accostai e all'inizio bagnai la pianta dei piedi,
593 poi le gambe sino al ginocchio e non contenta mi spogliai,
594 appesi al ramo spiovente di un salice le vesti trasparenti
595 e nuda m'immersi nell'acqua. Mentre la fendevo e in mille modi
596 la schizzavo guizzando, levando e rituffando le braccia,
597 percepii uno strano bisbiglio salire da mezzo i gorghi
598 e atterrita mi rifugio sul bordo della riva più vicina.
599 'Dove corri, Aretusa?' diceva dalle sue onde Alfeo,
600 'Dove corri?' ripeteva con voce roca.
601 Ed io fuggii, così com'ero, senza vesti: sulla riva opposta
602 erano rimaste le mie. Ma lui sempre più m'incalzava
603 e s'infiammava, perché essendo nuda, mi credeva più accessibile.
604 Così io correvo e così lui implacabile m'inseguiva,
605 come fuggono in un battere d'ali le colombe
606 davanti allo sparviero e come questo le incalza tutte tremanti.
607 Fino alle porte di Orcomeno, fino a Psofide e al Cillene,
608 agli anfratti del Menalo, al gelido Erimanto e giù fino all'Elide
609 resse la mia corsa, senza che lui mi raggiungesse;
610 ma correre più a lungo con forze inferiori
611 io non potevo, mentre lui reggeva bene alla fatica.
612 Eppure corsi per pianure, per montagne fitte d'alberi
613 e per rocce, per rupi e dove non s'intravedeva alcun sentiero.
614 Avevo il sole alle spalle: davanti a me vedevo
615 allungarsi un'ombra, se non era il mio terrore a vederla,
616 ma certo è che il rumore dei suoi passi m'atterriva e sulla benda
617 dei miei capelli incombeva l'ansito affannoso del suo respiro.
618 Stremata dalla fatica: 'Aiuto', grido, 'mi prende!
619 Aiuta, Artemide, la tua scudiera, a cui hai concesso di portare
620 così spesso il tuo arco e le frecce chiuse nella faretra'.
621 Commossa, la dea m'avvolse in una nube strappata
622 a un cumulo. La foschia mi nasconde e Alfeo
623 scruta e mi cerca, senza riuscirvi, intorno al viluppo della nube:
624 due volte gira ignaro intorno al luogo dove la dea m'ha nascosto
625 e due volte: 'Aretusa! Aretusa!' m'invoca.
626 In che travaglio si trovò il mio cuore? Diverso forse da quello
627 di un'agnella che sente i lupi ringhiare intorno alle stalle,
628 o di una lepre che appiattata in un cespuglio scorge i musi ostili
629 dei cani e non osa fare il benché minimo movimento?
630 Ma lui non s'allontana: non scorge più in là
631 orme di piedi e sorveglia nuvola e luogo.
632 Un sudore freddo, stretta in quell'assedio, mi pervade le membra;
633 da tutto il mio corpo cadono gocce azzurre;
634 se sposto il piede, si forma una pozza; dai capelli
635 cola rugiada e, in men che non ti dica i fatti,
636 mi muto in sorgente. Ma il fiume nell'acqua riconosce l'amata
637 e, lasciato l'aspetto virile che aveva assunto, torna ad essere
638 quello che è, una corrente, per mescolarsi con me.
639 Artemide squarciò allora il suolo ed io, sommersa in ciechi baratri,
640 giungo qui ad Ortigia, che mi è cara perché deve il suo nome
641 alla mia dea e mi riporta alla luce del giorno."
642 Fin qui Aretusa. Cerere, dea della fertilità, aggiogò al carro
643 due serpenti, ne imbrigliò la bocca col morso,
644 e viaggiando per l'aria, tra cielo e terra, calò sulla città
645 della dea del Tritone. Qui consegnò il suo cocchio volante
646 a Triptòlemo e in più gli affidò dei semi ordinandogli di spargerli
647 parte in terra incolta e parte in quella dopo anni ricoltivata.
648 Ed ecco che il giovane, passato a volo sopra l'Europa
649 e le terre dell'Asia, atterra nel paese degli Sciti.
650 Qui regnava Linco e il giovane entrò nel suo palazzo.
651 Invitato a dire da dove veniva, la ragione del viaggio,
652 il nome e la patria: "La mia patria", rispose, "è la famosa Atene,
653 il mio nome Triptòlemo. Non sono venuto in nave per mare,
654 né a piedi per terra: aperta mi fu la via dell'etere.
655 Porto i doni di Cerere, che sparsi per la vastità dei campi,
656 produrranno i frutti delle messi e gli alimenti per l'uomo".
657 Quel barbaro fu preso dall'invidia e per attribuirsi il titolo
658 di benefattore, gli offrì ospitalità per poterlo aggredire
659 con un'arma nel sonno; e stava già per trapassargli il petto,
660 quando in lince lo mutò Cerere, raccomandando al giovane
661 ateniese di riprendere il volo con la pariglia divina.
662 La più illustre di noi aveva terminato il suo canto squisito.
663 E le ninfe dichiararono in coro che avevamo vinto noi,
664 le dee dell'Elicona. Ma poiché le perdenti lanciavano
665 insulti, disse Calliope: "Già meritavate una punizione
666 per averci sfidato, ma visto che non vi basta e alla mancanza
667 aggiungete le invettive, la nostra pazienza ha davvero un limite:
668 provvederemo a punirvi, giungendo fin dove ci spinge l'ira".
669 Ridono le giovani dell'Emazia, ignorando quelle minacce;
670 ma mentre tentano di parlare e di alzare le mani arroganti
671 urlando contro di noi, vedono dalle proprie unghie spuntare
672 penne, le braccia coprirsi di piume, e l'una all'altra
673 vede sporgere dal volto un becco rigido e adunco
674 e quelle andarsene nei boschi, diventate uccelli.
675 E mentre vogliono battersi il petto, agitando le braccia
676 si librano nell'aria: gazze, che schiamazzano nei boschi.
677 Ancor oggi in questi uccelli è rimasta la primitiva facondia:
678 una loquacità roca, una voluttà smodata di ciarlare".