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Biblioteca:Ovidio, Metamorfosi, Libro VIII

Da Il Crepuscolo degli Dei.

1 Già, rischiarando di bagliori il giorno, Lucifero aveva
2 disperso le tenebre: cadde l'Euro e umide si alzarono
3 le nubi. Un placido Austro permise a Cefalo di prendere
4 con gli uomini di Eaco la via del ritorno e di raggiungere,
5 prima del tempo, il porto a cui tendevano, col favore del vento.
6 E ciò mentre Minosse devastava le coste dei Lelegi
7 e saggiava la forza del proprio esercito contro Alcatoe.
8 Era, Alcatoe, la città di Niso, che alto sul capo,
9 fra la sua canizie venerata, aveva un capello
10 acceso di rosso, simbolo del proprio immenso potere.
11 Per la sesta volta era sorta ad oriente la falce della luna
12 e ancora incerte erano le sorti della guerra: da tempo ormai
13 tra l'una e l'altra schiera volava indecisa la vittoria.
14 A ridosso delle mura (ricche di suoni, perché, si diceva,
15 il figlio di Leto vi aveva posato la sua cetra d'oro,
16 trasmettendone la voce alle pietre) c'era la torre del re.
17 In cima a questa era solita salire sua figlia,
18 per battere con un sassolino, quando ancora c'era la pace,
19 quelle pietre armoniose; ma di lassù, ora in piena guerra,
20 guardava incantata lo svolgersi cruento degli scontri.
21 E ormai, per il protrarsi della guerra, conosceva il nome
22 dei capi, le armi, i cavalli, le divise e le faretre cretesi;
23 ma prima degli altri e più del necessario, conosceva l'aspetto
24 del condottiero, del figlio di Europa. A suo giudizio, se Minosse
25 nascondeva il capo sotto un elmo irto di penne,
26 era bello col cimiero; se imbracciava uno scudo
27 tutto riflessi d'oro, stava bene con lo scudo.
28 Se aveva, tendendo il braccio, scagliato un giavellotto smisurato,
29 la fanciulla esaltava l'eleganza legata alla forza;
30 se piegava un arco enorme con la freccia incoccata,
31 lei giurava che, i dardi in mano, così s'atteggiava Febo;
32 se poi, togliendosi l'elmo di bronzo, scopriva il suo volto
33 e avvolto di porpora cavalcava su gualdrappe colorate
34 un bianco cavallo, governandone la bocca schiumante,
35 allora a stento, sì, a stento la vergine figlia
36 di Niso non impazziva: chiamava fortunato il giavellotto
37 che lui toccava, fortunate le redini che impugnava.
38 L'impulso suo, se avesse potuto, sarebbe stato d'introdursi,
39 lei, una fanciulla, tra le schiere nemiche; o quello di gettarsi
40 dalla cima della torre nell'accampamento cretese,
41 di aprire al nemico le porte di bronzo, o di fare
42 qualsiasi cosa Minosse volesse. E mentre se ne stava lì
43 a contemplare seduta le candide tende del re di Dicte:
44 "Devo rallegrarmi o dolermi", disse, "che si faccia questa guerra
45 luttuosa? Non so: mi dolgo perché Minosse è un nemico che amo,
46 ma se non ci fosse questa guerra, l'avrei mai conosciuto?
47 Però, se mi prendesse in ostaggio, potrebbe deporre le armi:
48 avrebbe me come compagna, me come pegno di pace.
49 Se la donna che t'ha partorito era bella come te, che sei
50 del mondo il più bello, è giusto che di lei s'invaghisse un nume.
51 Tre volte felice sarei, se librandomi in volo
52 potessi posarmi nell'accampamento del re di Cnosso
53 e, rivelandogli chi sono e il mio amore, chiedergli qual prezzo
54 vorrebbe per essere mio, purché non esigesse la mia patria.
55 Sfumino pure le nozze sospirate, piuttosto che ottenerle
56 col tradimento! Anche se a volte la clemenza di chi vince,
57 per la mitezza sua, finì per favorire i vinti.
58 Giusta è certo la guerra che conduce per vendicare suo figlio,
59 forte è la sua causa, forti le armi con cui la difende,
60 e temo proprio che ci vincerà. Ma se per la città la sorte
61 è segnata, perché dovrebbe essere Ares ad aprirgli le mura
62 e non il mio amore? Meglio che vinca subito, senza stragi
63 e senza versare una goccia del suo sangue.
64 Almeno non tremerò al pensiero che qualche folle
65 ferisca il tuo petto, Minosse: chi mai così crudele sarebbe
66 di scagliarti allora contro, sapendo chi sei, un'asta mortale?
67 L'idea mi piace, è un fatto: sono decisa a consegnargli me stessa
68 e la mia patria in dote per porre fine alla guerra.
69 Ma volerlo non basta: sentinelle vegliano gli accessi
70 e le chiavi delle porte sono in mano a mio padre: solo lui,
71 ahimè, io temo, solo lui ostacola il mio piano.
72 Volessero gli dei che fossi senza padre! Ma ognuno, lo sai,
73 è dio di sé stesso e la fortuna sprezza le preghiere dei vili.
74 Un'altra donna, arsa da una passione come la mia,
75 avrebbe da tempo rimosso con gioia ogni ostacolo all'amore.
76 E perché un'altra dovrebbe avere più coraggio? Tra fiamme e
77 spade saprei senza viltà gettarmi; ma qui fiamme e spade
78 son fuori luogo; a me serve solo un capello di mio padre,
79 prezioso per me più dell'oro: quel capello color porpora
80 mi renderà felice, facendomi ottenere ciò che sospiro".
81 Mentre parlava, sopraggiunse la notte, nutrice incontrastata
82 delle passioni, e con le tenebre crebbe l'audacia.
83 Era l'ora del riposo, l'ora in cui il sonno invade la mente
84 stanca dei diuturni affanni. In silenzio lei s'insinua nella camera
85 paterna e al padre proprio lei, la figlia, strappa (che delitto, ahimè)
86 il capello fatale e, impadronitasi di quella preda infame,
87 fugge come un fulmine, stringendola a sé. Uscita dalle mura,
88 avanzando tra i nemici (tanto è sicura d'essere elogiata!),
89 giunge al cospetto del re e a lui, che la guarda sbalordito, dice:
90 "Al delitto mi ha spinto l'amore. Io, Scilla, figlia di re Niso,
91 ti consegno la patria mia e le divinità del focolare.
92 Non chiedo premio all'infuori di te! Prendi come pegno d'amore
93 questo capello di porpora, e sappi che non un capello ti offro,
94 ma la testa di mio padre!". E con la destra gli porge
95 quel dono scellerato. Di fronte a questo Minosse si ritrasse
96 e, sconvolto alla vista di quel fatto inaudito, rispose:
97 "Che gli dei, o infamia del nostro tempo, ti bandiscano
98 dal loro mondo e a te si neghino la terra e il mare!
99 Non tollererò che un mostro come te metta piede a Creta,
100 no, a Creta che è la culla di Zeus e il mondo mio!".
101 Così disse; e dopo avere imposto ai nemici, che si erano arresi,
102 le condizioni che ritenne più giuste, ordinò che si sciogliessero
103 gli ormeggi alle navi da guerra e ai rematori di prendervi posto.
104 Quando Scilla vide le navi far vela solcando il mare,
105 senza che il condottiero la premiasse per il suo misfatto,
106 esaurite le preghiere, fu presa da una collera violenta
107 e tendendo furibonda le braccia, coi capelli scarmigliati:
108 "Dove fuggi," gli gridò, "abbandonando chi t'ha soccorso?
109 Alla mia patria, a mio padre io t'ho preferito!
110 Dove fuggi, rinnegato, tu che hai vinto solo per colpa
111 e merito mio? Non il dono che ti ho dato o il mio amore
112 t'hanno commosso, neppure il pensiero che tutte le mie speranze
113 in te erano riposte! Dove vuoi che vada così reietta?
114 In patria? Giace sconfitta; ma se anche non lo fosse,
115 mi è preclusa, perché ho tradito! Tornare al cospetto di mio padre,
116 che io ti ho consegnato? I cittadini mi odiano, e con ragione;
117 i vicini temono il mio esempio: tutto il mondo
118 mi sono preclusa, perché solo Creta mi si potesse aprire.
119 Ma se anche questa tu mi vieti e, ingrato, m'abbandoni,
120 tua madre non è stata certo Europa, ma la Sirte inospitale,
121 le tigri dell'Armenia o Cariddi flagellata dall'Austro.
122 E non sei figlio di Zeus; da una chimera di toro tua madre
123 non fu rapita: la storia della tua nascita è una favola.
124 A generarti fu un toro, sì, ma un toro vero, feroce,
125 e non certo innamorato d'una giovenca! O Niso, padre mio,
126 puniscimi! E voi mura che ho tradito, godete, godete
127 della mia sventura! L'ammetto, non merito che la morte.
128 Ma almeno mi sopprima chi ha subito veramente
129 la mia empietà. Perché tu, che grazie alla mia colpa hai vinto,
130 pretendi di punirla? Per mio padre e la patria questa è un delitto,
131 per te una grazia. Davvero ti è degna compagna chi ti ha tradito
132 con un toro in calore, abbindolato da un simulacro di legno,
133 e nel ventre si è portata un feto mostruoso! Ma alle tue orecchie
134 giunge la mia voce? O i venti, come spingono le tue navi,
135 se la portano via, priva di senso per quell'ingrato che sei?
136 Ormai, no, non è incredibile che Pasifae
137 t'abbia preferito un toro: ben maggiore è la tua ferocia.
138 Sventurata me! Comanda ai suoi di affrettarsi, l'onda sollevata
139 dai remi scroscia, e con me la mia terra svanisce ai suoi occhi.
140 Ma non ti servirà; invano cerchi di scordare i meriti miei!
141 Se anche non vuoi, io ti seguirò: avvinghiata all'ansa della poppa,
142 lungo il mare mi farò trascinare!" E subito si getta in acqua,
143 inseguendo le navi con la forza che le accende la passione,
144 finché, sgradita compagna, si aggrappa alla chiglia del re cretese.
145 Quando suo padre, che, ormai trasformato in aquila marina,
146 si librava con ali fulve nell'aria, la vide,
147 si lanciò per straziarla col becco adunco, appesa com'era.
148 Lei impaurita mollò la poppa, e parve che l'aria leggera
149 nella caduta la reggesse, impedendole di sfiorare l'acqua;
150 una piuma: mutata in un uccello coperto di piume,
151 è detta Ciris per ricordare col nome il capello reciso.
152 Non appena sbarcò dalla nave, toccando il suolo dei Cureti,
153 Minosse sciolse i voti fatti a Zeus con l'offerta
154 di cento tori e decorò la reggia appendendo i trofei di guerra.
155 Ma l'obbrobrio della sua stirpe cresceva: un mostro inaudito,
156 biforme, a denunciare l'immondo adulterio di sua madre.
157 Minosse decide di allontanare quel disonore da casa e
158 di rinchiuderlo nei ciechi recessi di un edificio insondabile.
159 Dedalo, famosissimo per il suo talento di costruttore,
160 esegue l'opera, rendendo incerti i punti di riferimento
161 e ingannando l'occhio con la tortuosità dei diversi passaggi.
162 Come nelle campagne di Frigia il Meandro si diverte a scorrere,
163 fluendo e rifluendo col suo imprevedibile corso,
164 e aggirando sé stesso scorge l'acqua che ancora deve raggiungerlo,
165 o, rivolto qui verso la sorgente, più in là verso il mare aperto,
166 tormenta indeciso il suo flusso; così Dedalo dissemina
167 d'inganni quel labirinto di strade, al punto che persino lui,
168 tanto è l'intrico di quella dimora, stenta a trovarne l'uscita.
169 Qui fu rinchiuso il mostro mezzo uomo e mezzo toro,
170 che dopo essersi nutrito due volte di giovani ateniesi,
171 scelti ogni nove anni a sorte, la terza fu ucciso da Teseo
172 con l'aiuto della figlia di Minosse: riavvolgendo il suo filo,
173 lui guadagnò l'uscita che nessuno prima aveva ritrovato;
174 poi rapì la fanciulla e fece vela alla volta di Dia,
175 dove senza pietà abbandonò la sua compagna
176 lungo la spiaggia. In quella desolazione a lei che piangeva
177 venne in aiuto Libero col suo abbraccio e, per immortalarla
178 in una costellazione, le tolse dalla fronte il suo diadema
179 e lo scagliò nel cielo. Vola quello leggero nell'aria
180 e mentre vola, le gemme si mutano in fulgidi fuochi,
181 che mantenendo l'aspetto di un diadema, vanno a fermarsi
182 a mezza strada tra l'Uomo in ginocchio e il Portatore di serpente.
183 Ma intanto Dedalo, insofferente d'essere confinato a Creta
184 da troppo tempo e punto dalla nostalgia della terra natale,
185 era bloccato dal mare. "Che Minosse mi sbarri terra ed acqua,"
186 rimuginò, "ma il cielo è pur sempre aperto: passeremo di lì.
187 Sarà padrone di tutto, ma non dell'aria!". E subito
188 dedica il suo ingegno a un campo ancora inesplorato,
189 sovvertendo la natura. Dispone delle penne in fila,
190 partendo dalle più piccole via via seguite dalle più grandi,
191 in modo che sembrano sorte su un pendio: così per gradi
192 si allarga una rustica zampogna fatta di canne diseguali.
193 Poi al centro le fissa con fili di lino, alla base con cera,
194 e dopo averle saldate insieme, le curva leggermente
195 per imitare ali vere. Icaro, il suo figliolo, gli stava
196 accanto e, non sapendo di scherzare col proprio destino,
197 raggiante in volto, acchiappava le piume che un soffio di vento
198 sollevava, o ammorbidiva col pollice la cera
199 color dell'oro, e così trastullandosi disturbava il lavoro
200 prodigioso del padre. Quando all'opera fu data
201 l'ultima mano, l'artefice provò lui stesso a librarsi
202 con due di queste ali e battendole rimase sospeso in aria.
203 Le diede allora anche al figlio, dicendogli: "Vola a mezza altezza,
204 mi raccomando, in modo che abbassandoti troppo l'umidità
205 non appesantisca le penne o troppo in alto non le bruci il sole.
206 Vola tra l'una e l'altro e, ti avverto, non distrarti a guardare
207 Boote o Elice e neppure la spada sguainata di Orione:
208 vienimi dietro, ti farò da guida". E mentre l'istruiva al volo,
209 alle braccia gli applicava quelle ali mai viste.
210 Ma tra lavoro e ammonimenti, al vecchio genitore si bagnarono
211 le guance, tremarono le mani. Baciò il figlio
212 (e furono gli ultimi baci), poi con un battito d'ali
213 si levò in volo e, tremando per chi lo seguiva, come un uccello
214 che per la prima volta porta in alto fuori del nido i suoi piccoli,
215 l'esorta a imitarlo, l'addestra a quell'arte rischiosa,
216 spiegando le sue ali e volgendosi a guardare quelle del figlio.
217 E chi li scorge, un pescatore che dondola la sua canna,
218 un pastore o un contadino, appoggiato l'uno al suo bastone
219 e l'altro all'aratro, resta sbalordito ritenendoli dèi
220 in grado di solcare il cielo. E già s'erano lasciati a sinistra
221 le isole di Samo, sacra a Era, Delo e Paro,
222 e a destra avevano Lebinto e Calimne, ricca di miele,
223 quando il ragazzo cominciò a gustare l'azzardo del volo,
224 si staccò dalla sua guida e, affascinato dal cielo,
225 si diresse verso l'alto. La vicinanza cocente del sole
226 ammorbidì la cera odorosa, che saldava le penne,
227 e infine la sciolse: lui agitò le braccia spoglie,
228 ma privo d'ali com'era, non fece più presa sull'aria
229 e, mentre a gran voce invocava il padre, la sua bocca
230 fu inghiottita dalle acque azzurre, che da lui presero il nome.
231 Ormai non più tale, il padre sconvolto: "Icaro!" gridava,
232 "Icaro, dove sei?" gridava, "dove sei finito?
233 Icaro, Icaro!" gridava, quando scorse le penne sui flutti,
234 e allora maledisse l'arte sua; poi ricompose il corpo
235 in un sepolcro e quella terra prese il nome dal sepolto.
236 Mentre Dedalo tumulava il corpo di quel figlio sventurato,
237 da un fosso fangoso lo scorse una pernice cinguettante,
238 che sbattendo le ali manifestò la sua gioia con un trillo.
239 Mai vista in passato, era ancora un esemplare unico, un uccello
240 appena creato, ma per te, Dedalo, un'accusa senza fine.
241 Tua sorella infatti, ignorandone il destino, t'aveva affidato
242 il suo figliolo perché l'istruissi, un ragazzo di dodici anni
243 appena, ma d'ingegno aperto ai tuoi insegnamenti.
244 Questi, tra l'altro, notate le lische nel corpo dei pesci,
245 le prese a modello e intagliò in una lama affilata
246 una serie di denti, inventando la sega.
247 E fu lui il primo che avvinse due aste metalliche
248 a un perno, in modo che rimanendo fissa tra loro la distanza,
249 l'una stesse ferma in un punto e l'altra descrivesse un cerchio.
250 Preso dall'invidia, Dedalo lo gettò giù dalla sacra rocca
251 di Pallade, inventandosi che era caduto; ma la dea,
252 che protegge gli uomini d'ingegno, sostenne il giovinetto
253 e lo mutò in uccello, vestendolo di penne ancora a mezz'aria.
254 Così l'agilità che possedeva il suo straordinario ingegno
255 passò in ali e zampe, mentre il nome rimase qual era.
256 Tuttavia questo uccello non si leva molto in alto
257 e non fa il nido sui rami o in cima alle alture;
258 svolazza raso terra, depone le uova nelle siepi
259 e, memore dell'antica caduta, evita le altezze.
260 Dedalo intanto, affaticato, aveva raggiunto le terre
261 dell'Etna, dove Cocalo, che avrebbe preso le armi in suo favore,
262 gli era benigno. Gli ateniesi, d'altro canto, avevano finito
263 di pagare, grazie a Teseo, il tragico tributo:
264 inghirlandarono i templi, invocarono la battagliera
265 Atena, Zeus e tutti gli altri dei, e li adorarono
266 sacrificando vittime, offrendo doni e bruciando incenso.
267 Vagando per le città dell'Argolide, la fama aveva sparso
268 notizia dell'impresa, e i popoli stanziati nella ricca Grecia,
269 in caso di pericolo, invocavano l'aiuto di Teseo.
270 E il suo aiuto chiese, con preghiere angosciate, anche Calidone,
271 che pure aveva tra i suoi Meleagro: causa della supplica
272 era un cinghiale, strumento di vendetta del rancore di Artemide.
273 Si racconta infatti che Eneo, per l'esito felice del raccolto,
274 avesse offerto le primizie delle messi a Cerere,
275 a Dioniso il suo vino, e il succo d'oliva alla bionda Atena.
276 Onorate le divinità campestri, un ambìto omaggio
277 fu reso a tutti gli altri dei; solo gli altari della figlia
278 di Leto, dimenticati, rimasero vuoti e senza incenso.
279 Lo sdegno coinvolse gli dei. "Non lo subirò impunemente!
280 Potranno dirmi senza onori, mai senza vendetta!"
281 esclamò Artemide; e per vendicarsi dell'offesa mandò
282 nei campi di Eneo un cinghiale, grande quanto nei prati d'Epiro
283 o nelle campagne di Sicilia non sono i tori.
284 Di fuoco gli brillano gli occhi iniettati di sangue; ispide
285 sul collo possente si ergono setole come rigidi aculei,
286 [come una palizzata di lunghe aste piantate al suolo;]
287 con rauco sfrigolio gli scorre lungo tutto il petto ribollente
288 la bava; le zanne sembrano quelle d'elefante indiano;
289 fiamme eruttano le fauci, che di vampate bruciano le foglie.
290 La belva qui calpesta le colture fresche di germogli,
291 là falcia le speranze mature del contadino in lacrime,
292 sottraendogli il pane sulle spighe: invano l'aia,
293 invano il granaio attenderanno un raccolto, ch'era ormai sicuro.
294 Fa strage di frutti maturi con i loro lunghi tralci,
295 di bacche d'ulivo coi loro rami sempreverdi.
296 E infuria contro le greggi: non c'è pastore o cane contro quello,
297 non c'è toro infuriato che possa difendere le mandrie.
298 La gente in fuga si rifugia dentro le mura della città,
299 dove solo si sente sicura, finché per amore di gloria
300 Meleagro non raduna al suo fianco una scelta schiera di giovani:
301 i figli gemelli di Tindaro, ammirevole uno coi pugni,
302 l'altro a cavallo; Giasone, inventore della prima nave;
303 Teseo e Piritoo, esempio di rara amicizia;
304 i due figli di Testio e quelli di Afareo, Linceo
305 e il veloce Ida; Ceneo ormai non più femmina,
306 il fiero Leucippo e Acasto, un campione nel lancio dell'asta;
307 Ippotoo, Driante e il figlio di Amintore, Fenice;
308 i figli gemelli di Actore e Fileo venuto dall'Elide.
309 E c'erano Telamone, il padre del grande Achille,
310 il figlio di Fere, Iolao della Beozia; c'erano
311 l'infaticabile Euritione, Echione imbattibile nella corsa,
312 Lelege di Narice, Panopeo e Ileo,
313 il fiero Ippaso e Nestore ancora in verde età;
314 e gli uomini che Ippocoonte mandò dall'antica Amicle,
315 il suocero di Penelope, Anceo della Parrasia,
316 il figlio indovino di Ampico, quello di Ecleo, non tradito ancora
317 dalla moglie; e Atalanta di Tegea, vanto dei boschi del Liceo,
318 che portava una veste fermata in cima da una fibbia brunita,
319 capelli raccolti senza ornamenti in un unico nodo,
320 appesa alla spalla sinistra una tintinnante faretra eburnea
321 per le frecce e, stretto sempre nella sinistra, l'arco:
322 abbigliata così, l'avresti detta una fanciulla con l'aspetto
323 di un ragazzo o un ragazzo con quello di una fanciulla.
324 Meleagro, l'eroe di Calidone, non fece in tempo a vederla
325 che la desiderò, malgrado il divieto divino, e ardendo in cuore
326 d'amore: "Beato l'uomo, se mai ve ne sarà uno," pensò,
327 "che lei riterrà degno!". Ma non ebbe il tempo né l'ardire
328 d'aggiungere altro. Più grande impresa premeva: la grande caccia.
329 Un bosco fitto di fusti, incontaminato dal tempo dei tempi,
330 saliva dal piano dominando ai suoi piedi la campagna.
331 Quando gli uomini vi giunsero, alcuni tesero le reti,
332 altri sciolsero i cani e altri ancora si misero a seguire le orme
333 impresse nel suolo, smaniosi di scovare a proprio rischio il mostro.
334 C'era una valle profonda, dove confluivano i rivoli
335 dell'acqua piovana: il fondo paludoso era invaso
336 di salici flessuosi, tenere alghe, giunchi palustri,
337 vimini e piccole canne sovrastate da altre più alte.
338 Snidato da qui, il cinghiale s'avventa con furia contro il nemico,
339 come una folgore che si sprigiona dallo scontro delle nubi.
340 E nella sua corsa, aprendosi con fragore la strada nel bosco,
341 fa strage di piante: i giovani lanciano grida e con mano ferma
342 tengono protese le lance brandendone il ferro minaccioso.
343 L'animale carica i cani e disperdendo quelli che si oppongono
344 alla sua furia, sbaraglia a zannate oblique la muta che latra.
345 A vuoto andò la prima lancia, scagliata dal braccio
346 di Echione, che scalfì leggermente il tronco di un acero.
347 La seconda, se il lanciatore non vi avesse impresso troppa forza,
348 parve che dovesse conficcarsi nel dorso a cui era diretta,
349 ma finì ben oltre; autore del tiro: Giasone di Pagase.
350 "Febo," sbottò il figlio di Ampico, "se ti ho onorato e ti onoro,
351 concedimi di colpire al cuore il bersaglio col mio tiro!"
352 Per quel che poté, il nume l'esaudì: il cinghiale fu colpito,
353 ma non rimase ferito; Artemide aveva sfilato il ferro
354 dalla lancia durante il volo: il legno arrivò, ma privo di punta.
355 Provocata, la belva s'infuria, esplode più violenta di un fulmine:
356 sprizza scintille dagli occhi, sprigiona fiamme dalla bocca,
357 e come il macigno scagliato da una corda tesa vola dritto
358 contro le mura o le torri stipate di soldati,
359 così sui giovani si getta con furia tremenda quel cinghiale
360 micidiale e abbatte Eupalamo e Pelagone, che erano schierati
361 sull'ala destra: d'un balzo i compagni gli sottraggono i caduti.
362 Ma ai colpi mortali non sfugge Enesimo, il figlio di Ippocoonte,
363 che mentre trepidando si accingeva a volgergli le spalle,
364 ebbe recisi i tendini del ginocchio, che più non lo sostenne.
365 E forse prima della guerra di Troia anche Nestore di Pilo
366 sarebbe morto, se puntando al suolo la sua lancia, con un salto
367 non si fosse lanciato sui rami di una quercia posta nei pressi,
368 per guardare di lassù al sicuro il nemico al quale era sfuggito.
369 Inferocito il mostro, arrotando le zanne contro il tronco,
370 minaccia nuove stragi e, forte di quelle armi rese aguzze,
371 colpisce al femore, col suo grugno adunco, il grande Euritide.
372 Intanto i figli gemelli di Tindaro, prima d'essere stelle,
373 l'uno più bello dell'altro, affiancati, cavalcavano cavalli
374 più candidi della neve, brandendo entrambi nell'aria una lancia,
375 la cui punta vibrava ad ogni minimo sobbalzo;
376 e avrebbero colpito il villoso animale, se nel bosco fitto,
377 inaccessibile ad armi e cavalli, lui non si fosse cacciato.
378 Telamone l'inseguì, ma nella fretta di correre
379 non vide la radice di una pianta, inciampò e cadde bocconi.
380 Mentre Peleo l'aiutava ad alzarsi, la fanciulla di Tegea
381 incocca veloce una freccia alla corda, incurva l'arco e la scaglia.
382 Conficcato sotto l'orecchio della bestia, il dardo lacera
383 la cute e qualche goccia di sangue arrossa le setole.
384 Ma se Atalanta fu felice di quel colpo fortunato,
385 di più lo fu Meleagro, che pare l'avesse visto per primo
386 e, indicando per primo il fiotto di sangue ai compagni, le dicesse:
387 "Di questa impresa a buon diritto tu sola ne porterai l'onore!".
388 Gli uomini arrossirono, e per farsi coraggio, con grida di guerra
389 si esortano a vicenda e scagliano dardi alla cieca:
390 quella babele ostacola i tiri, impedendo che colgano il segno.
391 Ed ecco che, accecato dal destino, Anceo con in pugno una scure:
392 "Guardate come i colpi di un uomo valgano il doppio, o giovani,
393 di quelli di una donna!" gridò. "Fatemi largo! guardatemi!
394 Armi alla mano, protegga quel mostro Artemide stessa:
395 malgrado la figlia di Leto, la mia destra l'annienterà!".
396 Con enfasi aveva tutto tronfio pronunciato queste parole,
397 e sollevando la scure con entrambe le mani,
398 si levò sulla punta dei piedi, le braccia tese sopra il capo:
399 la belva previene il temerario e gli pianta tutte e due le zanne
400 in alto all'inguine, dove più rapida giunge la morte.
401 Anceo stramazza e grovigli di viscere gli colano dal ventre
402 in un fiume di sangue e di umori che intridono la terra.
403 Contro il nemico, brandendo con forza nella destra
404 una picca, si lancia allora Piritoo, il figlio d'Issione.
405 "Scòstati," gli grida il figlio di Egeo, "più di me stesso mi sei caro!
406 Fèrmati, anima mia! Combattere a distanza non scema il valore:
407 guarda Anceo, vittima dissennata del suo coraggio!"
408 E detto questo, scaglia un'asta armata con una punta di bronzo:
409 dritta l'aveva vibrata e avrebbe potuto colpire il bersaglio,
410 se contro non avesse trovato il ramo frondoso di una quercia.
411 Anche il figlio di Esone lanciò un giavellotto, ma sfortuna volle
412 che sviato centrasse un cane senza colpa: penetrato
413 nelle viscere, gliele trapassò, conficcandosi al suolo.
414 Esito alterno hanno i tiri del figlio di Eneo: di due lance
415 che scaglia, la prima si pianta a terra, l'altra in mezzo al dorso.
416 Senza tregua, mentre la belva si dibatte, gira su sé stessa,
417 vomita con un grugnito bava e fiotti di sangue,
418 il feritore gli è addosso, irrita e provoca il nemico
419 e affrontandolo gli immerge tra le scapole una picca fiammante.
420 Danno sfogo alla gioia i suoi compagni con applausi e grida,
421 fanno a gara per stringere la destra al vincitore,
422 e stupefatti contemplano l'immane bestia lungo distesa
423 sulla terra, e malgrado non ritengano ancora sicuro
424 toccarla, immergono le proprie armi nel suo sangue.
425 Meleagro, ponendovi sopra un piede, calpesta quella testa
426 micidiale e proclama: "Prenditi il trofeo che mi compete,
427 Atalanta, così che con te sia spartita la mia gloria!".
428 E le dona le spoglie: la pelle irta di rigide
429 setole e il muso su cui spiccano due zanne enormi.
430 Felice è lei del dono e perché è lui che glielo dona.
431 Ma gli altri provano invidia e per tutto il gruppo corre
432 un mormorio. Fra questi, agitando le braccia e con voce rabbiosa
433 i figli di Testio gridano: "Lascia, donna, non toccare
434 ciò che ci spetta! Non credere che la tua bellezza ti dia credito
435 o che l'amore del donatore possa servirti!".
436 E strappano a lei il dono, a lui il diritto di donarlo.
437 Meleagro non lo sopporta e digrignando i denti, gonfio d'ira,
438 grida: "Vi mostrerò io, ladri della gloria altrui, che differenza
439 c'è tra i fatti e le minacce!", e con la sua arma scellerata
440 trafigge il petto a Plessippo, senza che lui se l'aspettasse;
441 nemmeno a Tosseo permise di esitare a lungo, incerto com'era
442 tra la sete di vendicare il fratello e il timore
443 di condividerne la sorte: ancora fumante di strage,
444 tornò a scaldare l'asta sua nel sangue del congiunto.
445 Mentre ai templi degli dei stava recando doni per la vittoria
446 del figlio, riportare vide Altea le salme dei propri fratelli.
447 Affranta riempie la città dei suoi lamenti,
448 si batte il petto, muta le vesti dorate in nere;
449 ma quando apprende chi è l'autore della strage, il suo cordoglio
450 si dilegua e da pianto si converte in sete di vendetta.
451 Il giorno in cui Altea giaceva prostrata dal parto,
452 le Parche, che premendo il pollice filavano al figlio il destino,
453 avevano posto sul fuoco un ceppo con queste parole:
454 "Durata uguale di vita assegniamo al ceppo e a te,
455 che ora vedi la luce". Pronunciata questa profezia
456 le dee si allontanarono, e la madre subito strappò
457 il tizzone alle fiamme, spegnendolo con un getto d'acqua.
458 Da allora era rimasto nascosto in un angolo segreto
459 e, così custodito, o giovane, t'aveva mantenuto in vita.
460 Di lì lo trasse Altea, ordinando di affastellare rami e trucioli,
461 e a mucchio pronto, vi appiccò per vendicarsi il fuoco.
462 Quattro volte fu sul punto di porre il ceppo sulle fiamme,
463 quattro volte si trattenne: sorella e madre combattono in lei
464 e le due nature in direzioni opposte trascinano il suo cuore.
465 Ora il volto si sbianca per timore del delitto che ha nell'animo,
466 ora l'ira che le ferve negli occhi glielo infiamma;
467 ora ha l'aspetto di chi minaccia le cose più orrende,
468 ora, lo giureresti, quello di chi ha compassione;
469 e quando la furia selvaggia del suo animo secca le sue lacrime,
470 qualche lacrima trova ancora. E come una nave in balia
471 del vento e di una corrente che lo contrasta,
472 subisce entrambe le forze e fra quelle si dimostra incerta,
473 così la figlia di Testio si dibatte tra impulsi avversi
474 e di volta in volta placa o riaccende la sua ira.
475 Ma a poco a poco comincia ad essere miglior sorella che madre
476 e per placare col sangue le ombre dei suoi fratelli,
477 si fa nell'empietà pietosa. Così quando quel fuoco sinistro
478 prende vigore: "Che questo rogo bruci la carne mia!" esclama
479 e stringendo orribilmente in mano il legno incantato,
480 immobile davanti a quel funebre altare, disperata invoca:
481 "O dee della vendetta, Eumenidi, a questo rito infernale
482 volgete il vostro sguardo! Vendico una colpa
483 commettendone un'altra. Morte con la morte si deve scontare.
484 Si aggiunga delitto a delitto, funerale a funerale,
485 e si estingua questa stirpe malvagia sotto un cumulo di lutti.
486 Perché mai Eneo dovrebbe godersi il figlio che torna in trionfo
487 e Testio esserne privo? Che piangano entrambi, sì,
488 questo è giusto! Anime dei fratelli miei, sorpresi dalla morte,
489 considerate il mio compito e accettate questa funebre offerta
490 che tanto mi costa, il frutto maligno del mio ventre.
491 Ahimè, cosa mi prende? Abbiate pietà, fratelli miei, d'una madre!
492 La mano si ribella. Certo, lui merita di morire,
493 lo riconosco, ma l'esser causa della sua morte mi ripugna.
494 Resterà impunito allora, vivo, vittorioso, e in più diverrà,
495 tronfio dei suoi successi, re di Calidone, mentre solo un pugno
496 di cenere riposerà di voi, gelide ombre, sottoterra?
497 Non lo permetterò! no, muoia lo scellerato e nella rovina
498 con sé trascini le speranze di suo padre, il regno e la sua patria!
499 E l'affetto materno? gli obblighi pietosi che hanno i genitori?
500 i travagli che sopportai per nove mesi? dove sono?
501 Oh, se appena nato tu fossi arso al primo fuoco
502 ed io l'avessi permesso! Per dono mio tu sei vissuto,
503 per colpa tua morirai. Prenditi il premio per ciò che hai fatto:
504 restituisci la vita che due volte ti ho dato, partorendoti e
505 salvando il ceppo, o con i miei fratelli anche me metti a morte!
506 Vorrei, ma non posso. Che fare? Nei miei occhi ora ho le piaghe
507 dei miei fratelli e la visione di quella tremenda strage,
508 ora l'affetto e l'istinto materno mi spezzano il cuore.
509 Ahimè! per disgrazia mia vincerete voi; ma sì, vincete, sì,
510 purché voi e chi sacrifico per placarvi io segua
511 nella morte!". Così dice, e con mano tremante, girandosi
512 per non vedere, getta in mezzo al fuoco quel ceppo funereo.
513 Il legno manda un gemito, o almeno così sembra, e le fiamme,
514 benché riluttanti, ghermendolo lo bruciano.
515 Lontano e ignaro, da quel fuoco è arso Meleagro:
516 sente le viscere seccarsi in preda a fiamme misteriose
517 e solo col suo coraggio può sopportarne gli atroci dolori.
518 Ma di morte ingloriosa e incruenta si strugge di morire,
519 considera un privilegio le ferite di Anceo,
520 e in quegli ultimi istanti con un gemito invoca il suo vecchio,
521 i fratelli, le tenere sorelle, la sua compagna d'amore,
522 e forse anche la madre. Crescono il fuoco e lo strazio,
523 poi si attenuano: infine l'un l'altro insieme si estinguono
524 e a poco a poco l'anima sua nel vuoto dell'aria si dissolve,
525 a poco a poco un velo di cenere bianca ricopre la brace.
526 Prostrata è la nobile Calidone: piangono giovani e anziani,
527 gemono popolo e patrizi, e le donne nate in riva all'Eveno
528 si strappano i capelli, si percuotono le membra.
529 Il padre, steso al suolo, si cosparge di polvere la canizie,
530 il volto emaciato, maledicendosi d'essere ancora in vita:
531 per espiare il rimorso di quel suo gesto orrendo,
532 di sua mano la madre con un pugnale si era trafitta il petto.
533 Neppure se un nume mi desse cento bocche straripanti
534 di parole, ingegno fervido e tutta l'arte delle Muse,
535 potrei descrivere i lamenti e l'angoscia delle sorelle.
536 Incuranti del proprio aspetto s'infliggono lividi sul petto,
537 col loro abbraccio tentano di rianimare i resti del fratello,
538 li colmano di baci e di baci colmano il feretro sul rogo;
539 reso cenere, quella cenere raccolgono e stringono al petto,
540 si accasciano davanti al tumulo e avvinghiate alla lapide
541 che reca il suo nome, su quel nome spargono le lacrime loro.
542 Finalmente la figlia di Leto, paga d'aver sterminato
543 la stirpe di Partaone, le solleva (tranne Gorge e della nobile
544 Alcmena la nuora) facendo spuntare penne sui loro corpi;
545 in lunghe ali modella le loro braccia, a becco
546 foggia la bocca e, così mutate, le affida all'aria.
547 Teseo intanto, dopo avere assolto coi compagni la sua parte
548 nell'impresa, stava tornando alla rocca di Eretteo, sacra a Pallade.
549 Gonfio di pioggia, l'Acheloo gli sbarrò la strada, impedendogli
550 di proseguire. "Entra nella mia dimora, illustre erede
551 di Cecrope," gli disse, "e non esporti alla violenza dei miei flutti:
552 sradicano i tronchi più robusti e con fragore immenso travolgono
553 i macigni in bilico. Ho visto, vicino alla riva, grandi stalle
554 trascinate via con tutto il bestiame, e non servì
555 agli armenti la forza, ai cavalli l'agilità.
556 E quando sui monti si sciolgono le nevi, l'impeto del fiume
557 ha inghiottito persino dei giovani nel turbine dei suoi gorghi.
558 È meglio che tu riposi, in attesa che il suo flusso torni a scorrere
559 negli argini e l'acqua, calando, rientri nell'alveo."
560 Il figlio di Egeo accettò e rispose: "Mi varrò del tuo consiglio
561 e della tua casa, Acheloo". E si valse dell'uno e dell'altra.
562 Entrò in un atrio dai muri di pomice spugnosa
563 e di ruvido tufo; molle e umido di muschio era il piancito,
564 il soffitto a cassettoni ornati di conchiglie e di mùrici.
565 E ormai il sole aveva superato i due terzi del giorno;
566 Teseo e i suoi compagni d'avventura si stesero sui triclini:
567 da questa parte il figlio d'Issione, dall'altra Lelege,
568 l'eroe di Trezene, dalle tempie ormai brizzolate;
569 poi tutti gli altri che il fiume dell'Acarnania, felice d'avere
570 un ospite così importante, aveva degnato di pari onore.
571 Subito ninfe a piedi scalzi apparecchiarono le tavole,
572 riempiendole di vivande, poi, al termine del banchetto,
573 servirono vino in coppe di gemma. Allora quell'eccelso eroe,
574 guardando in lontananza la distesa del mare: "Che luogo
575 è quello?" chiese indicando col dito. "Dimmi, qual è il nome
576 di quell'isola, anche se non mi sembra che sia una sola?".
577 "Ciò che vedete, non è un'isola sola," rispose il fiume,
578 "sono cinque lingue di terra: la distanza ne confonde i limiti.
579 Ma perché ciò che fece Artemide offesa non ti sembri enorme,
580 quelle un tempo erano Naiadi: immolati dieci giovenchi
581 e invitati alla funzione gli dei della campagna, in festa
582 avevano intrecciato le loro danze, ignorandomi del tutto.
583 Gonfio di rabbia, come mai quando straripo nelle piene
584 più furiose, questo ero: con impeto immane e immane alluvione
585 sradico foresta da foresta, campo da campo,
586 e insieme a loro le ninfe, che finalmente m'ebbero presente,
587 precipitandole in mare. I suoi flutti e i miei asportarono
588 un lembo di terraferma, frantumandolo in tante parti
589 quante son quelle che si scorgono al largo: le Echinadi.
590 Come però tu stesso vedi, laggiù c'è un'isola più discosta,
591 un'isola che mi è cara: i marinai la chiamano Perimele.
592 A costei, che amavo, avevo rapito la verginità;
593 suo padre, Ippodamante, non lo tollerò e giù da uno scoglio
594 spinse la figlia perché perisse negli abissi del mare.
595 Io l'afferrai e reggendola a galla: "O tu che armato di tridente
596 hai avuto in sorte il secondo regno del mondo, il mare agitato,"
597 dissi, ["dove noi fiumi divini scorrendo al termine finiamo,
598 vieni e ascolta benigno, o Poseidone, la mia preghiera.
599 Disonorata ho costei che sorreggo; se suo padre Ippodamante
600 fosse stato mite e giusto o meno spietato con sua figlia,
601 avrebbe dovuto averne pietà e perdonare chi l'offese.]
602 Vienmi in aiuto, Poseidone, ti prego, e a lei, che annega per ferocia
603 paterna, concedi un luogo o che un luogo lei stessa diventi.
604 [Anche così io continuerò ad abbracciarla". Il re del mare
605 chinò il capo e in segno d'assenso agitò tutte le sue onde.
606 Si spaventò la ninfa, ma seguitò a nuotare; e mentre nuotava
607 io le accarezzavo il seno che palpitava d'emozione;
608 ma stringendola a me sentii il suo corpo, tutto il suo corpo,
609 irrigidirsi e il petto fasciarsi di terra.] Parlavo, parlavo:
610 la terra, sorta dal nulla, le avviluppò in mezzo ai flutti le membra,
611 si rapprese e crebbe sul suo corpo, trasformandola in isola."
612 Qui il fiume tacque. Quel prodigio aveva emozionato tutti.
613 Ma il figlio d'Issione si prese beffa di chi ci credeva
614 e, miscredente e insolente com'era, disse:
615 "Racconti frottole, Acheloo, e giudichi troppo potenti
616 gli dei, se pensi che possano dare e togliere il volto alla gente".
617 Gli altri allibirono, disapprovando simili parole,
618 e Lelege, più maturo di tutti per giudizio ed anni,
619 così disse: "Immensa e senza limiti è la potenza
620 del cielo: ciò che vogliono gli dei, sia quel che sia, si compie.
621 E per toglierti i dubbi, c'è sui colli di Frigia una quercia,
622 con accanto un tiglio e intorno un basso muro di cinta;
623 ho visto il luogo io stesso: fu quando Pitteo mi mandò
624 nelle terre su cui un giorno aveva regnato suo padre Pelope.
625 Non lontano da lì c'è uno stagno, un tempo terra abitabile,
626 ora distesa d'acqua affollata di smerghi e folaghe palustri.
627 Qui, sotto aspetto umano, venne Zeus e insieme a lui
628 il nipote di Atlante, privo d'ali e con la sua bacchetta magica.
629 A mille case bussarono, in cerca di un luogo per riposare;
630 mille case sprangarono la porta. Una sola infine li accolse:
631 piccola, piccola, con un tetto di paglia e di canne palustri,
632 ma lì, uniti sin dalla loro giovinezza, vivevano
633 Bauci, una pia vecchietta, e Filemone, della stessa età,
634 che in quella capanna erano invecchiati, alleviando la povertà
635 con l'animo sereno di chi non si vergogna di sopportarla.
636 Non ha senso chiedersi chi è il padrone o il servitore: la famiglia
637 è tutta lì, loro due; comandano ed eseguono tutti e due.
638 Quando i celesti, arrivati a questa povera casa,
639 entrarono chinando il capo per l'angustia della porta,
640 il vecchio li invitò ad accomodarsi, accostando una panca,
641 sulla quale Bauci stese con premura un ruvido panno; lei,
642 poi, smosse sul focolare la cenere tiepida, ravvivò
643 il fuoco del giorno avanti, alimentandolo con foglie e corteccia,
644 e ne fece scaturire fiamme con quel poco fiato che aveva.
645 Da un ripostiglio trasse scaglie di legno e rametti secchi,
646 li spezzettò e li pose sotto un piccolo paiolo;
647 spiccò le foglie ai legumi raccolti dal marito
648 nell'orto bene irrigato, mentre lui con un forcone staccava
649 la spalla affumicata di un suino appesa a una trave annerita:
650 di quella spalla a lungo conservata taglia una porzione
651 sottile, che pone a lessare nell'acqua bollente.
652 Intanto ingannano il tempo che si frappone conversando,
653 [perché non si avverta la noia dell'attesa. Appesa a un gancio
654 per il suo manico ricurvo, vi è una tinozza di faggio:
655 la riempiono d'acqua tiepida e vi immergono i piedi
656 per ristorarli. Al centro, sopra un letto dalla sponda
657 e dalle gambe di salice, c'è un giaciglio d'erbe morbide.]
658 Sprimacciano il giaciglio d'erba morbida di fiume,
659 posto sopra il letto dalla sponda e dalle gambe di salice.
660 Lo coprono con una coltre, che hanno l'abitudine di stendere
661 solo nei giorni di festa; ma anche questa coltre era vecchia
662 e logora, giusto adatta a un letto di salice.
663 Gli dei si adagiano. La vecchia, con la veste raccolta, apparecchia
664 vacillando la tavola; ma delle sue tre gambe una è corta:
665 un coccio la pareggia; infilato sotto elimina la pendenza,
666 e il piano viene poi ripulito con un ciuffo di menta verde.
667 Sopra vi pone olive verdi e nere, sacre alla schietta Atena,
668 corniole autunnali aromatizzate con salsa di vino,
669 indivia, radicchio, una forma di latte cagliato, e
670 uova girate leggermente nel tepore della cenere;
671 il tutto in terrine. Poi porta in tavola un cratere cesellato
672 nello stesso 'argento', bicchieri di faggio intagliato
673 che hanno la superficie interna spalmata di bionda cera.
674 Dopo non molto, giungono dal focolare le vivande calde,
675 si mesce un'altra volta il vino (certo non d'annata),
676 poi, messo il tutto un poco in disparte, si fa posto alla frutta.
677 Ed ecco noci, fichi secchi misti a datteri grinzosi,
678 prugne, mele profumate in larghi canestri,
679 grappoli d'uva colti da tralci purpurei.
680 Al centro un candido favo. Ma a tutto questo si accompagnano
681 facce buone, sollecitudine sincera e generosa.
682 E qui i due vecchi si accorgono che il boccale, a cui si è attinto
683 tante volte, si riempie da solo, che il vino da solo ricresce;
684 turbati dal prodigio, Bauci e il timido Filemone son presi
685 dal terrore e con le mani alzate al cielo si mettono a pregare,
686 chiedendo venia per la povertà del cibo e della mensa.
687 C'era un'unica oca a guardia di quella minuscola cascina,
688 e loro erano pronti ad immolarla per quegli ospiti divini.
689 Ma l'oca starnazzando scappa in barba a quei lenti vecchietti,
690 beffandoli di continuo, finché fu vista rifugiarsi
691 proprio accanto agli dei, che proibiscono di ucciderla, dicendo:
692 "Numi del cielo noi siamo, e i vostri empi vicini avranno
693 la punizione che meritano; a voi invece d'esserne immuni
694 sarà concesso. Lasciate solo la vostra casa,
695 seguite i nostri passi e venite con noi in cima
696 a quel monte!". I due obbediscono e, appoggiandosi al bastone,
697 salgono lungo il pendio a fatica, passo passo.
698 Distavano ormai dalla vetta il tragitto che può percorrere
699 una freccia: volgono gli occhi e vedono che giù tutto è sommerso
700 da una palude, tutto tranne la loro dimora.
701 E mentre guardano stupiti, piangendo la sorte dei vicini,
702 quella vecchia capanna, piccola anche per i suoi padroni,
703 si trasforma in un tempio: colonne vanno a sostituire i pali,
704 vedono la paglia del tetto assumere riflessi d'oro,
705 le porte ornarsi di fregi e il suolo rivestirsi di marmo.
706 E allora con voce serena il figlio di Crono così parla:
707 "O buon vecchio e tu, donna degna del tuo buon marito,
708 esprimete un desiderio". Consultatosi un po' con Bauci,
709 Filemone partecipa agli dei la loro scelta:
710 "Chiediamo d'essere sacerdoti e di custodire il vostro tempio;
711 e poiché in dolce armonia abbiamo trascorso i nostri anni,
712 vorremmo andarcene nello stesso istante, ch'io mai non veda
713 la tomba di mia moglie e mai lei debba seppellirmi".
714 Il desiderio fu esaudito: finché ebbero vita,
715 custodirono il tempio. Ma un giorno mentre, sfiniti dallo scorrere
716 degli anni, stavano davanti alla sacra gradinata, narrando
717 la storia del luogo, Bauci vide Filemone coprirsi
718 di fronde e il vecchio Filemone coprirsene Bauci.
719 E ancora, quando la cima raggiunse il loro volto,
720 fra loro, finché poterono, continuarono a parlare: "Addio,
721 amore mio", dissero insieme e insieme la corteccia come un velo
722 suggellò la loro bocca. Ancor oggi gli abitanti della Frigia
723 mostrano l'uno accanto all'altro quei tronchi nati dai loro corpi.
724 Queste cose mi furono narrate da vecchi degni di fede
725 e che non avevano ragione di mentire. Del resto ho visto
726 io stesso ghirlande appese ai rami e io ne ho appese, dicendo:
727 "Divino sia chi fu caro agli dei e abbia onore chi li onorò"".
728 La storia, per l'autorità di Lelege, aveva commosso tutti,
729 specialmente Teseo. E a lui, che non si saziava d'udire
730 i prodigi degli dei, il fiume dell'Etolia, appoggiato al gomito,
731 così si rivolse: "Vi sono creature, valoroso eroe,
732 che dopo un mutamento hanno mantenuto la forma assunta;
733 ve ne sono altre che hanno la facoltà d'assumerne diverse,
734 come te, Proteo, creatura del mare che circonda la terra.
735 A volte infatti ragazzo ti sei mostrato, altre volte leone;
736 ora violento cinghiale, ora serpente che non si ha il coraggio
737 di toccare; a volte le corna t'hanno reso toro;
738 altre avresti potuto sembrare una pietra, altre ancora una pianta;
739 talora, imitando l'aspetto liquido dell'acqua,
740 sei stato fiume, talaltra, al contrario, fuoco.
741 Anche la moglie di Autolico ha questa facoltà. Suo padre,
742 Erisictone, era un essere che spregiava le divinità
743 e mai nulla bruciava sugli altari in loro onore.
744 Si dice che avesse violato addirittura un bosco consacrato
745 a Cerere, profanandone con la scure la macchia inviolata.
746 Lì si ergeva una quercia immensa, secolare, ch'era lei da sola
747 un bosco, e aveva tutto intorno al fusto addobbi di nastrini,
748 di ex voto e di ghirlande, a ricordo di grazie ricevute.
749 Ai suoi piedi un'infinità di volte avevano danzato in festa
750 le Driadi, in cerchio, mano nella mano, intorno al tronco,
751 che per le sue mostruose dimensioni chiedeva quindici braccia
752 e passa a circondarlo. Sotto questa quercia il resto della selva
753 scompariva, così come scompare l'erba ai piedi d'ogni pianta.
754 Eppure il figlio di Triopa lontano non ne tenne il ferro:
755 ordinò ai servitori di tagliare la sacra quercia alla base,
756 ma vedendo che esitavano ad obbedire, quello scellerato
757 ad uno di loro strappò la scure, sbraitando:
758 "Quand'anche non fosse solo cara alla dea, ma la dea in persona,
759 tra poco a terra si schianterà con tutta la sua cima frondosa".
760 Disse e, bilanciando l'arma, stava per vibrare colpi di sbieco:
761 tutta tremò la quercia di Cerere ed emise un lamento;
762 nel medesimo istante fronde e ghiande insieme cominciarono
763 a sbiancare ed un pallore si diffuse sui lunghi rami.
764 Appena l'empia mano ebbe inflitta una ferita al tronco,
765 dalla corteccia scheggiata fiottò il sangue, così come
766 sgorga dalla nuca squarciata di un toro possente,
767 quando vittima immolata stramazza davanti all'altare.
768 Tutti allibiscono; fra loro solo un temerario cerca
769 di sventare il sacrilegio, di fermare quella scure impazzita.
770 Erisictone lo fissa: "Eccoti il premio del tuo sacro zelo",
771 gli dice e, rivolgendo il ferro dalla pianta contro l'uomo,
772 gli mozza il capo; poi torna ad accanirsi contro la quercia,
773 quando dal cuore del fusto si leva una voce che mormora:
774 "Sotto questa scorza vive una ninfa, io, prediletta di Cerere,
775 e in punto di morte io ti predìco che per questo misfatto
776 il tuo castigo incombe, e ciò mi conforta della mia fine".
777 Ma lui insiste nella sua infamia, e alla fine, stroncato
778 da un'infinità di colpi e tirato dalle funi,
779 l'albero crolla e con la sua mole travolge gran parte del bosco.
780 Annichilite di fronte alla rovina del bosco e loro,
781 le Driadi, tutte le sorelle insieme, vestite di nero,
782 vanno in pianto da Cerere, invocando il castigo di quell'infame.
783 Lei acconsente e annuendo col suo bellissimo capo,
784 scuote i campi carichi di messi lussureggianti,
785 escogitando un genere di pena che muoverebbe a pietà,
786 se mai si potesse avere pietà di un simile malvagio:
787 farlo divorare dai morsi della Fame. Ma poiché non può
788 recarsi da lei in persona (i fati non consentono che Cerere
789 e Fame s'incontrino), la dea si rivolge a una divinità
790 minore dei monti, a un'ombrosa Oreade, dicendole:
791 "C'è nelle estreme contrade della Scizia un luogo gelato,
792 una terra desolata, sterile, priva d'alberi e di messi;
793 abitano lì l'inerte Gelo, il Pallore, il Brivido
794 e la Fame digiuna: ordinale di annidarsi nelle viscere
795 scellerate di quel sacrilego; profusione di cibo
796 non la vinca e nella contesa con le mie risorse abbia la meglio!
797 La lontananza non deve spaventarti; prendi il mio cocchio,
798 prendi i miei draghi: con le briglie li guiderai lungo il cielo".
799 E glieli diede. Quella, trasportata attraverso l'aria dal cocchio,
800 giunse in Scizia, e sulla sommità d'una montagna ghiacciata,
801 chiamata Caucaso, liberò dai finimenti i colli dei draghi.
802 E mentre la cercava, scorse in una pietraia la Fame,
803 intenta a svellere con unghie e denti i rari fili d'erba.
804 Ispidi aveva i capelli, occhi infossati, viso pallido,
805 labbra sbiancate dall'inedia, gola rósa dall'arsura,
806 rinsecchita la pelle, diafana al punto da mostrare le viscere;
807 ossa scarne spuntavano dalle sue anche spigolose,
808 del ventre aveva la cavità, non il ventre; il torace sembrava
809 sospeso, sorretto soltanto dalla colonna dorsale.
810 La magrezza esaltava le articolazioni, rotule e malleoli
811 tumefatti sporgevano come gibbosità mostruose.
812 Quando la vide, l'Oreade, non osando avvicinarsi,
813 le riferì da lontano il messaggio della dea; e subito,
814 malgrado si tenesse a distanza e fosse appena arrivata,
815 sentì i morsi della fame, o così le parve, e allora con le redini,
816 in volo verso l'Emonia, spinse i draghi sulla via del ritorno.
817 La Fame, pur contraria per principio all'opera di Cerere,
818 eseguì l'ordine: si fece portare dal vento nello spazio
819 sino alla casa indicata, entrò senza indugio nella camera
820 del sacrilego e, immerso in un sonno profondo
821 nel cuore della notte, l'avvinse tra le sue braccia e in corpo
822 gli infuse sé stessa, respirandogli in bocca, in gola, nei polmoni,
823 e diffondendogli sin nelle vene i morsi della fame.
824 Assolta la missione, lasciò le regioni fertili del mondo
825 e tornò alla sua squallida dimora, al suo covo di sempre.
826 Un molle sonno ancora cullava Erisictone tra le sue morbide
827 piume, e nel sogno è assalito dal desiderio di mangiare,
828 muove a vuoto la bocca, tormentando dente contro dente,
829 stanca la gola delusa con cibi inesistenti
830 e in luogo di vivande, senza frutto, divora folate d'aria.
831 Quando poi si desta, la smania di mangiare divampa furiosa
832 e domina la gola insaziabile, le viscere in fiamme.
833 Non può attendere: ciò che produce il mare, la terra, il cielo,
834 tutto esige e davanti a tavole imbandite geme per inedia,
835 fra le vivande chiede vivande, e ciò che a intere città,
836 a un popolo intero potrebbe bastare, a lui, un uomo, non basta:
837 quanto più ingurgita nel ventre, tanto più lui brama.
838 Come il mare assorbe i fiumi di tutto il mondo, senza mai saziarsi
839 d'acqua, e assimila anche le correnti dei luoghi più lontani;
840 come il fuoco nell'ingordigia sua non rifiuta alimento alcuno,
841 bruciando un'infinità di tronchi, e più gliene danno,
842 più ne vuole, reso ancor più vorace dalla quantità;
843 così la bocca dell'empio Erisictone inghiotte vivande a iosa
844 e altre ancora ne reclama; per lui il cibo chiama
845 cibo: mangia, mangia, ma in lui sempre un vuoto si forma.
846 Ormai con la sua fame e con l'abisso senza fondo del suo ventre
847 aveva assottigliato il patrimonio paterno, ma neanche allora
848 la mostruosa fame s'era attenuata, e la gola implacabile
849 seguitava a spasimare. Alla fine, divorate le sostanze,
850 gli restava solo la figlia, che non meritava un padre simile.
851 In miseria, la vendette; ma lei, nobile, rifiuta un padrone
852 e in riva al mare, tendendo le mani alle sue onde:
853 "Liberami dalla servitù," dice, "tu che hai avuto l'onore
854 di rapirmi la verginità!". Era Poseidone ad averlo avuto.
855 E lui non resta sordo alla preghiera: benché il padrone, tenendola
856 sott'occhio, la segua, ne mutò l'aspetto in quello di un uomo,
857 abbigliandola come si conviene a un pescatore. A quella vista,
858 il suo padrone l'interpella: "O tu, che sotto un po' di cibo
859 celi un amo appeso e manovri la tua lenza, t'auguro
860 che il mare sia calmo, che il pesce sott'acqua sia tanto ingenuo
861 da accorgersi dell'amo solo quando ha abboccato;
862 ma dimmi: quella che, mal vestita e coi capelli scomposti,
863 si trovava su questa spiaggia (ed io l'ho vista che vi si trovava),
864 dov'è finita? Oltre qui non se ne vedono più le impronte".
865 Lei capì allora che la grazia del nume aveva avuto effetto
866 e felice che le chiedesse di sé stessa, così gli rispose:
867 "Chiunque tu sia, perdonami: non ho mai distolto i miei occhi
868 da quest'acqua, voltandomi, intento com'ero al mio lavoro.
869 E se hai dei dubbi, lo giuro sul dio del mare, che m'assista
870 in questo mestiere: nessuno, eccetto me, da tempo
871 ha messo piede su questa spiaggia, e tanto meno una donna".
872 Quello le credette e tornato sui suoi passi, calcando la rena
873 se ne andò gabbato; e lei riacquistò la forma primitiva.
874 Ma quando suo padre si rese conto d'avere una figlia
875 col dono della metamorfosi, la vendette ad altri padroni.
876 E lei se ne liberava di volta in volta come uccello, vacca,
877 cavalla o cervo, procurando all'ingordo padre cibi immeritati.
878 Alla fine, però, quando la violenza del male ebbe bruciato
879 tutte le risorse, fornendo nuovo alimento alla sua molestia,
880 Erisictone, lacerandole a morsi, cominciò a divorarsi
881 le membra e, con strazio, a nutrirsi rosicando il proprio corpo.
882 Ma perché mi soffermo sugli altri? Anch'io ho il potere,
883 o giovani, di mutare il mio corpo, sebbene non più di tanto.
884 A volte sono come mi vedete, altre mi attorco in serpente;
885 altre ancora, a capo dell'armento, prendo forza dalle mie corna:
886 dalle corna, finché ho potuto! Metà della mia fronte ora è priva,
887 come vedi, di un'arma". E alle parole seguirono i suoi sospiri.